LA STORIA

Capalbio, piccolo borgo medievale costituisce l’ultimo lembo costiero della Toscana meridionale, nel cuore della Maremma, terra in cui si fondono in modo armonico gli aspetti più tipici della mediterraneità e quelli della terra in cui l’uomo ha speso molta fatica col lavoro. Sono evidenti qui le tracce di una storia profonda e misteriosa, dove la natura appare forte e selvaggia, ricca di contrasti tra il mare, la macchia, la campagna. In questa terra l’uomo e il territorio sono gli artefici di una storia antichissima dove gli Etruschi e poi i Romani hanno lasciato le loro tracce.
Nessuno è in grado di dire quando e da dove giunsero le genti che popolarono, sul finire del primo millennio cristiano, Cosa divenuta poi Ansedonia, il castello romano di Capalbiaccio, e infine il colle di Capalbio, a presidiare un territorio coltivabile più ampio e più sano.
La macchia di Capalbio è ancora padrona del paesaggio, con il verde che varia in mille tonalità diverse e ci viene incontro subito fuori dal piccolo centro abitato, dopo pochi passi, carica di profumi e colori. In questa terra sana e ridente, si avvicendarono dopo gli Etruschi le fattorie della colonizzazione romana e le grandi ville schiaviste della Repubblica, si estese infine il latifondo delle immense tenute imperiali.
Franchi e Longobardi lasciarono pascolare in questo verde le loro mandrie e fondarono qui borghi e fortilizi. Nel Medioevo poi la paura di incursioni nemiche fece chiudere i borghi in rocche, cosi le grandi famiglie feudali, sempre in lotta fra loro, trasformarono i castelli in fortilizi, come accadde a Capalbio e al Tricosto.
Giunsero poi altri dominatori. I potenti Senesi governarono la zona, sì, ma il territorio in realtà era invivibile, pieno di acquitrini che rendevano i luoghi malsani. Vi si moriva a ritmi impressionanti di tifo e di colera, di peste e di malaria. La grande energia imprenditoriale dei Senesi fece sorgere ugualmente molte attività, come cave, fornaci, miniere, traghetti sui fiumi, ecc. In quel periodo partivano da Capalbio merci di ogni genere: lane, pesce, grano, ferro; sorsero intorno al castello, dentro le mura, case e casette, chiese e cappelle.
Sul finire del XV secolo vennero eretti nuovi edifici addirittura fuori dalle mura, intorno a orti e vigne, a fianco di fondi artigiani. Ai Senesi tennero dietro i Medici, ma poi, nel 1555, Capalbio si arrese agli Spagnoli che volevano il lago di Burano sia per la sua pescosità, sia per farne, probabilmente, un approdo munito e riparato. Infatti vi costruirono una torre fortificata.
I Medici, grandi signori della Toscana, cercarono, ma senza troppo successo, di risanare il territorio. Piantarono anche in Maremma pinete salutari e resero demaniali le grandi foreste di querce intorno ai preziosi forni fusori, che fecero di Pescia Fiorentina un importante centro siderurgico.
Agli inizi del 1600 il territorio capalbiese sembrava godere ancora di una relativa floridezza, ma i documenti successivi ci rivelano i segni di una generale decadenza: diminuì la popolazione, la comunità si restrinse, le attività languirono, il borgo fuori dalle mura andò quasi scomparendo.
Esaurita nel 1737 la nobile casata Fiorentina, l’impero Asburgico si affacciò in Toscana con la casata dei Lorena. Non fu un cambio svantaggioso, perché Pietro Leopoldo, salito al trono, si adoperò subito per risanare più a fondo il territorio maremmano. Mandò infatti in missione speciale, anche a Capalbio, il gesuita padre Ximenes; il quale ripartì disperato da queste terre tanto le trovò mortifere e malridotte. In compenso lasciò un’accurata relazione anche topografica dei luoghi visitati.
Nonostante tutto i Lorena vollero sanare la Maremma, prosciugare e rendere abitabile grandi estensioni di terreno: un’operazione economica di tutto rispetto. <br< Dopo il 1827 Leopoldo Il di Lorena fece tracciare un catasto meticoloso e iniziò l’opera di bonifica. Poi, nel 1859, anche la Maremma venne annessa al Regno d’Italia e le opere di bonifica proseguirono.
Nel 1860 si cominciò col chiudere completamente la foce del lago di Burano, togliendo ogni comunicazione tra il lago e il mare, certi che questo bastasse a scongiurare il paludismo; ma dopo poco ci si rese conto che non era così, e che Capalbio era ancora una delle località più malsane della provincia.
Dopo la rivoluzione risorgimentale, le grandi casate dei Ricasoli, dei Ponticelli, dei Vivarelli Colonna, dei Collacchioni vollero che a completare la bonifica contribuissero ora le braccia dei contadini.
La piccola proprietà venne affossata con insostenibili carichi tributari e così, sul finire del secolo, a Capalbio la terra fu divisa in due grandi latifondi: quello dei Collacchioni e quello dei Vivarelli Colonna. I Collacchioni dimorarono nel castello di Capalbio, i Vivarelli Colonna nella grande villa di Pescia Fiorentina.
Le due immense proprietà si assomigliavano molto: pochi erano gli annessi rurali, rare case e capanne intorno all’immensa distesa di pascoli bradi e alla macchia, rotta a lunghi intervalli da qualche campo coltivato, poche le vigne e qualche uliveto.
Nella pianura, più vicino al mare, imperversava ancora la palude e il pantano.
Alle spalle del paese di Capalbio, che era tornato a chiudersi dentro le mura, si stendeva la macchia inestricabile e sinistra.
In questo periodo si sviluppò il fenomeno del banditismo che ebbe come incontrastato protagonista il brigante Tiburzi. Era nato a Cellere, un paese dell’alto Lazio nei pressi di Viterbo, e divenne in breve il re delle macchie e dei forteti di Capalbio.
La vita di Tiburzi è diventata leggenda e la sua fama di difensore dei poveri è giunta intatta sino ai giorni nostri. Il Brigante Domenico Tiburzi
ll latifondo venne condotto dai Collacchioni con tecniche di vera rapina nei confronti della terra, e deII’ambiente, al punto che i proprietari non ebbero più sufficienti capitali per reggere un territorio ridotto all’osso; fu così che Capalbio venne affittato alla Società Anonima Capalbio Roma, e poi Società Anonima Capalbio Redenta Agricola (S.A.C.R.A).
La Maremma di Capalbio, suggestiva e pressoché intatta, continuò a stendersi per un altro mezzo secolo sotto il sole mediterraneo, con la sua flora e la sua fauna millenaria e le sue irriducibili zanzare.
Neppure il ventennio fascista, con tutti i suoi reclamizzati programmi di bonifica, riuscì a risanarla.
Passò la seconda guerra mondiale, che non causò danni troppo gravi, e non distrusse il centro storico. Nel borgo di Capalbio si svolgeva una vita modesta, fatta di poche e piccole cose quotidiane: gli asini nelle stalle, i bimbi nei vicoli, le massaie nelle povere case: vita tribolata, ma tutto sommato serena.
Nel 1951 per Decreto Presidenziale si ottenne la creazione dell’Ente Maremma, avvenimento importantissimo che modificò gran parte del territorio di Capalbio. Nacquero strade, case e la sua fisionomia cambiò. Per più di un decennio l’Ente Maremma espropriò, frazionò, bonificò e trasformò tutta la zona, assegnando terreni e case a una classe contadina che non era mai stata proprietaria di nulla.
I risultati di questa lunga e faticosa opera ora bisogna constatarli di persona, con i propri occhi, di persona: non basta farseli raccontare. A percorrere oggi questa pianura fertile, dove abbondano colture, strappate con le unghie alle malsane Maremme, affiorano i ricordi e i dolori del passato, ma anche una lunga, lunghissima storia piena di suggestione e di mistero.

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