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La civiltà, si usa dire, è nata in Oriente e poi gli Etruschi l’hanno
portata nel cuore dell’Italia. Ed è strano che noi, quando parliamo delle
nostre origini, ricordiamo soltanto la Grecia e Roma. Dimentichiamo sempre quel
popolo misterioso, ma sapiente ed evolutissimo, che si insediò nel centro della
nostra penisola, fondò città (tra queste la futura “città eterna”) e fu
precursore e maestro dei Romani in tutto, dall’ingegneria all’arte, e
perfino all’abbigliamento. La famosa toga divenuta l’abito nazionale romano,
infatti, prima era stata etrusca.
Chi erano in realtà gli Etruschi e di dove venivano? Ancora oggi non
sappiamo rispondere a questa domanda, come non sappiamo interpretare la loro
lingua, benché si conoscano le lettere del loro alfabeto. Sembra certo che
siano venuti dall’Oriente, ma è probabile, e lo dimostrano gli scavi, che
avessero già colonizzato l’alto Adriatico, per scendere poi fino
all’attuale Toscana, al Lazio, e ancora più a sud.
Furono loro che, molto prima di Roma, nel momento di transizione tra la
preistoria e la storia, edificarono qui una civiltà di grande livello tecnico e
artistico, ponendo le fondamenta della futura Europa in terre in quel tempo del
tutto selvagge, abitate da tribù barbare.
Gli archeologi, infatti, hanno cercato a lungo i segni di civiltà
precedenti, ma non li hanno trovati: né resti di palazzi, né fortificazioni o
templi che risalgano a quei giorni remoti. Gli antichi italici vivevano in
modeste capanne, coltivavano i campi e allevavano bestiame. Una vita tranquilla
e monotona che si trascinava così, senza mutamenti apprezzabili, dall’età
della pietra.
Quasi all’improvviso, con la comparsa degli enigmatici stranieri che
portavano con sé un bagaglio di cognizioni nuove, rivoluzionarie, tutto si
trasforma: dov’erano macchie impenetrabili, o paludi come in Maremma, ecco
distendersi piantagioni, giardini e perfino le prime industrie del metallo che i
nuovi arrivati sapevano estrarre e lavorare.
Il mutamento, la svolta, avvenne tra il IX e l’VIII secolo a.C. Nel
cuore dell’Italia, tra il Tevere e l’Arno, nella terra dei Tuscii che si
chiamerà Etruria e poi Toscana, gli Etruschi fondano la loro capitale,
Tarquinia, e costruiscono cittadelle espandendosi un po’ dovunque. Chi
ricorda, oggi, che perfino Pompei, prima d’essere romana, era stata etrusca?
Dovunque misero piede i nuovi arrivati, le popolazioni e le tribù
autoctone si trovarono coinvolte nel ritmo incalzante di una società nuova,
altamente civilizzata.
Furono gli Etruschi a
fondare Roma, nel 575 a.C. e non Romolo nel 753, come narra la vecchia favola
alla quale tutti siamo abituati a credere. Basta pensare che i primi tre re di
Roma erano etruschi, o tirreni, come li chiamavano i Greci. Tarquinio il Superbo
fu l’ultimo a regnare sulla città (e forse fu la sua arroganza a scatenare la
rivolta romana). E’ in Toscana, però, che posero le loro basi più importanti e lasciarono
segni straordinari della loro cultura.
Fino dal loro emergere gli Etruschi si dimostrano ricchi e potenti: sono
forti e molto temuti, ma anche ammirati, e riescono a strappare la gente locale
dal suo profondo sonno. Gli Etruschi erano tipi allegri, amavano la buona
tavola, facevano sport, erano bravi architetti e ingegneri, sapevano
commerciare, creavano villaggi con piani urbanistici razionali, inventarono il
turismo, usavano già il denaro. Possedevano un’imponente flotta, navigavano,
sapevano combattere, e sicuramente si dedicavano alla pirateria.
Per dieci secoli vissero qui e lasciarono la loro impronta. Poi i Romani
ebbero il sopravvento. Come scrive Indro Montanelli, “gli Etruschi erano gente
che prendeva la vita dal lato più piacevole; e per questo, alla fine, persero
la guerra con i melanconici Romani che la prendevano dal lato più austero”.
Per un certo periodo la loro civiltà e quella neonata dei Romani si
sovrappongono, poi il popolo etrusco si estingue, lascia il posto ai Romani. Non
va altrove: semplicemente sparisce nel nulla.
Una civiltà affascinante e
perduta, che negli ultimi due secoli del millennio appena trascorso è tornata
di moda. Si studia la loro lingua, si cercano i segni della vita quotidiana
degli Etruschi nei dipinti e nei tesori racchiusi nelle necropoli: sono le città
dei morti che ci parlano dei vivi di 2500 anni fa. Oramai svuotate dei tesori,
quelle tombe sanno ancora dirci in quali dèi credevano, come si vestivano,
com’erano belle le loro donne, che nelle scene riprodotte sui vasi e nei
sepolcri appaiono ingioiellate, truccate e senza preoccupazioni di pudore.
“Mangiano a crepapelle e
bevono a garganella, distese con i loro uomini sugli ampi sofà. Oppure suonano
il flauto e danzano”, scrive Valeriano Cecconi. Un cronista intitolava così
il suo articolo: “La donna etrusca è la prima femminista”.
Ora quei tesori sono sparsi nei musei di Vulci, di Vetulonia, di
Pitigliano, di Cosa, di Tarquinia, di Firenze, di Chiusi, di Siena, di Arezzo,
di Roma, di Orvieto, di Perugia, ecc. Rimangono le opere in muratura: tombe,
resti di fortificazioni murarie, canali di drenaggio come la Tagliata etrusca di
Ansedonia, costruita probabilmente dai Romani su progetto degli ingegneri
etruschi.
Tutta la Maremma è
cosparsa di tumuli, di ricordi. La stessa antichissima Capalbio, che oggi si
chiama Capalbiaccio, all’origine fu opera degli Etruschi, ma non ne restano
che le nude e dirute mura, in una delle posizioni più belle della zona. Fu
distrutta e incendiata da altri pirati, e la gente si trasferì un po’ più
all’interno, su un colle, erigendo spesse fortificazioni che oggi sono una
delle più romantiche passeggiate di Capalbio.
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