Racconti di caccia

 

 

Indietro

 

Racconti di caccia

CHIARONE

VITA DI CACCIA IN MAREMMA

TRAMONTO A CAPALBIO

Ricordi di G. Puccini cacciatore e uomo

IL VECCHIO

IL MINISTRO

I DUE RE

LA DOMA

I TOMBAROLI

IL MAGO E LA STREGA

L'ODORE DELLA MAREMMA

 

 

Chiarone

 

CHIARONE! Chiarone! Tutti ne parlavano come la terra promessa dei cacciatori: germani a sacca, miriadi di beccaccini, di beccacce piene le macchie, cignali da per tutto, fin nei cannellai dell’Ungherina – quando non c’era più ghiande alla Macchia scendevano in padule – "Cairoli" ( al secolo Giovanni Menicagli di Stagno, cacciatore di razza) col suo aiutante Chiodino ed altri due cacciatori ne avevano uccisi quattro in una notte, sguazzando nell’acqua sino alla cintola, peggio di una lontra. E anche di quelle c’erano.

Ivo e Berto Biliotti bravi cacciatori di ogni Domenica dai 40 ai 50 beccaccini ogni volta, e così Leonetto Semana, Giacomo Puccini, in automobile sempre, ben inteso, (senza non intende più cacciare) nel 1915 trenta beccacce in tre o quattro giorni, e le prese con calma ,dicono.

Da molto tempo avevo quasi abbandonato la Maremma, gli affari, vicende di famiglia non mi permettevano lunghe assenze in luoghi lontani; da più di 25 anni non andavo a Magliano né a Pereta; quei luoghi incantevoli dove ho cacciato negli anni più belli della mia gioventù; a Montepescali dopo la morte del vecchio amico Bardo Corsi Salviati non ero più stato che in brevi gite; e poi i bei paduli di Cafaggio, le giuncaie, erano ormai splendidi campi di grano; nella vasta tenuta degli Acquisti il padule, ahimè, era sparito per sempre! Cacciavo in Coltano, in Tombolo, in Limone, a Orciano, a due passi da Livorno, e a Torre del Lago, prima spesso, poi sempre , avendovi trovato anche un’occupazione.

Ma Torre del Lago aveva ormai perduto ogni attrattiva per me, ogni fascino: troppa gente l’aveva scoperto, i terreni di caccia per tante cause peggiorati; gli animali, che se n’erano accorti, tiravano di lungo senza fermrsi. – Proviamo il Chiarone.

Andai, ospitato alla meglio vicino alla stazione (paese non c’è, si sa, case di privati neppure), ma con tutti i comodi che un cacciatore può desiderare.

Mi parve di essere tornato ai begli anni lontani; ritrovai la bella solitudine delle infinite distese maremmane, delle stoppie, delle pasture a perdita d’occhio, e le interminabili macchie – purtroppo senza più le belle querce secolari di un tempo e i bei laschi dei folti boschi – macchie coltivate, pettinate, castrate. – Ma i tempi sono cambiati, tutto si incivilisce – si vede… e deve esser così. Animali iperbolicamente detti ragionevoli sempre pochissimi, branchi di pecore, grandi mandrie di vacche, gruppi di tori come per il passato.

Era la seconda metà di Novembre, caccia ce n’era poca, ma verrebbe, chi ne dubitava! – E via in padule la mattina subito dopo arrivato, carico di cartucce, del mangiare per me e per Zara, della fiasca, e di tutte quelle cose indispensabili o che ci sembran tali, che è lo stesso, quando si va lontani dall’abitato; un bel peso ma chi lo sente il peso quando si va?

E’ quando si torna con le pive nel sacco che pesa anche la scatola dei fiammiferi.

Cacciai una diecina di giorni senza riposo ; paduli, macchie, tombolo, a dieci chilometri in giro esplorai a palmo a palmo il terreno; aspetto la sera, ripasso la mattina….Un’occhiata al giornale di caccia: 4 beccacce, 41 beccaccini, 8 uccelli di becco schiacciato, una lepre, qualche fifa…. Che lavoro è questo? Dove si sono ficcati quest’anno gli animali?

"Verranno vedrà, ci vuol freddo, lo sente pare d’estate! Alla prima rottura di tempo vi è di tutto". Aspettai; il tempo cambiò venne l’acqua, venne il freddo, ma gli animali non vennero.

"Un’annata come questa non s’è mai vista, l’anno passato, diceva Beppe Celletti, quand’era che non si tirava a una trentina di beccaccini al giorno? In poggio Tristo (una graziosa macchiola di poche decine di ettari non lontano da casa) 4 o 5 beccacce tutti i giorni si trovavano, 1 o 2 si ammazzavano sempre anche nel laschetto dietro la stazione , e nelle macchie basse (un po’ lontanette quelle) anche più. O all’aspetto? Quando venne il freddo davvero , si tirava le braccia ai germani , si sceglieva il tiro più comodo tanti ne venivano. Una sera ne ammazzai 17, tutti reali, non facevo a tempo a ricaricare; (e questo me lo confermava il capostazione, dell’aspetto appassionatissimo) ne ammazzai 17 ma chi sa quanti ne avrei ammazzati se nella furia di raccattarne uno che navigava – Lord non faceva a tempo a buscarmeli tutti, e lo sa se busca bene Lord – non fossi caduto in una buca fino al petto bagnando le cartucce che poi non m’entrarono più nel fucile, e mi toccò tornare a casa bestemmiando,

Quella sera il Sig. Semana ne ammazzò 23, i Biliotti una trentina". Mi riscaldavo a quelle fascine; ma la pazienza ha un limite, e a mezzo Gennaio persuaso pur troppo che era tempo perso, venni via.

Questo accadeva nell’inverno del 1917-18. Nell’Ottobre passato, il 19, ero di nuovo là; tutti gli anni non sono eguali, volevo essere in tempo alla prima calata delle beccacce.

L’anno passato, che pur così misero, ne videro assai nella prima quindicina di Novembre.

Ma era troppo presto per tutto; lasciai la roba al Chiarone e andai a passare qualche giorno su l’Argentario dall’amico Pippo Biozzi per tirare a due colombacci.

I primi di Novembre ero al Chiarone di nuovo. Ebbi la costanza di aspettare sei settimane ma il 20 Dicembre scappai. Se l’anno passato ci fu poco, in questo ci fu nulla.

I paduli, meno le Mote dove l’acqua entra per riempifondo dal mare, completamente asciutti, "spolveravano", come diceva Beppe Malenchini; le forme – li chiaman così laggiù i fossi di scolo – erano tanto secchi che ci si sdraiava dentro per aspettare le fife quando passavano; dove dovevano stare i beccaccini? I palmipedi non trovando i posti adatti avevano certo proseguito per luoghi più ospitali; e le beccacce non potendo ombricare, né alla Macchia, dura che pareva massicciata, né in padule, avevan proseguito in cerca… di osterie meglio provviste.

Era grassa se si arrivava a 7 o 8 beccaccini, a 1 o 2 beccacce che, inesperte forse, avevano sbagliato strada.

Una sola mattina se ne trovarono 5 io e Claudio, e una 4, fu il massimo. In tutto una trentina: Si seppe poi che a Pereta e Magliano nelle poche tarpate querciolaie che per fortuna ci son rimaste, nella prima metà di Novembre ne ammazzavan 5 o 6 al giorno.

Ed Eugenio (1) scrisse da Terracina che il suo Renzo ne aveva ammazzate 50 in tre giorni, in una settimana 100. Forte cacciatore Renzo Niccolini, si sa, ma vuol anche dire che a Terracina c’eran più beccacce che al Chiarone! Là non passò mai nulla.

Fu grande invece il passo dei cacciatori, venivano da Genova, da Torino, da Milano, da Firenze, da Livorno; fino da Bolzano; ci capitarono due ingegneri di ferrovia – 24 ore di treno. – Ma più di due giorni non ci stette nessuno.

Le cacciarelle non dettero migliori risultati; due, tre cignali al più; non che manchino del tutto i cignali, qualcuno ce n’è sempre, ma da un pezzo in qua scarseggiano i cani buoni, e senza cani si fa poco. E poi ne ammazzan troppi di notte al balzello dei cignali, finiranno con sparire.

Purtroppo li ho visti io; rare volte son passato dalle stazioni fra Montalto e Grosseto, soprattutto a Capalbio, senza vedere stesi sui marciapiedi delle stazioni due, tre, fin sei cignali e qualche povera pargoletta damma o capriola pronti per il viaggio a levante o ponente.

Non ho nulla da dire, se chi ci ha più interesse di me lascia fare; al cignale non ci vado quasi più. Andai un giorno a una cacciarella alla Pescia Fiorentina dal Cav. Luigi Magrini, e fu una giornata piacevolissima, e per la cortesia del Cav. Magrini, e per la simpatica raccolta di amici, c’era Puccini, Angiolo Magrini, i figli del Cav. Magrini, Fanelli e pochi altri, furon messi in piedi parecchi cignali, ma uccisi due soli.

A.BETTOLACCI

Dalla rivista "DIANA" del 30 Settembre 1920

(1) Sen. March. Eugenio Niccolini.

VITA DI CACCIA IN MAREMMA

Quattro amici: quattro scavezzacolli. Denari in tasca, pochi; pensieri, punti; appetito, tanto; voglia di divertirsi, immensa. Andavano sempre d'accordo, meno quando il tavolo del caffè " Diana " li riuniva per il tresette. Allora, erano tonfi sul marmo, esclamazioni, epiteti, conditi da qualche moccolo. Cacciatori per la pelle - inutile dirlo - molta spesso parlavan di caccia, sballando ciascuno la sua, per non venir mena alla tradizione della classe. A godere del privilegio della brigata, era ammesso, non si sa se perchè loro vecchio condiscepolo, o per la preziosa sua compagnia nelle scorrerie per le stoppie e per le. macchie delle quali era praticissimo, un giovane operaio, padre di famiglia: di quegli operai con la mente sveglia e dal tratto gentile che non si trovano a disagio in ambienti diversi dal proprio. Gigi trattava dunque, da pari a pari, quei suoi vecchi amici, i quali gli volevan bene, sia perchè buono ed educato, sia per le argute travate che in qualche rara giornata di buon umore la rendevano una piacevole compagnia. Ma, di giornate di buon umore, ne venivano poche, molto poche!  Basta: quella era una delle poche.

 

- Ragazzi, c'è i cignali in " Monte Nebbiello " aveva annunziato appunta la mattina. - Io direi di partire stasera e di dormire al Casale del Carini per esser pronti domani molto presto.

Manco a dirlo, la proposta viene accettata all'unanimità con la contro-prova ; e prima ancora che il sole abbia data la buona notte, un barroccio stracarico, percorre la strada imbrecciata, portando, fra canti e schiamazzi, i nostri cinque amici verso la meta agognata.

Fucili, fiasche, cigne, stinchi, gambe, saccapani, braccia, tutto è un groviglio sulla paglia distesa, a mo' di lettiera, sul piano del veicolo. I cani, sballottanti dentro una di quelle gabbie comunemente usate per le spedizioni degli agnelli vivi e nella quale erano stati infilati dal sovrastante sportello, con la testa all'ingiù - come il pescatore infila i pesci nella stretta apertura di un retino - mugolano, abbaiano e spesso guaiscono dolorosamente, quando i più prepotenti, con un morso, intimano al proprio vicino (posa che non avviene fra gli uomini!): " levati di lì che ci vo' star io! " .

E le contese canine, qualche volta, scendono a vie di fatto con un diavolerio di voci sopra le righe, in una confusione di pelo, di corde, di code e di zampe, al quale risponde un coro di urli e di richiami imperativi: Moschino qui! - Tiranno là! - Vespina toh ! - Sincero qua! - finchè la calma non si è ristabilita dentro la gabbia. " Sincero " però, ha avuta la peggio quando Tonfino con le canne del fucile ha data una puntata a casaccio di fra le stecche, su quella massa informe e tumultuante. È, toccata a lui, povero " Sincero ", rimasto estraneo alla sommossa, proprio su quella ferita non ancora cicatrizzata che si buscò da un verro indemoniato.

Andate un po' a dare ascolto al consiglio di non occuparvi dei fatti altrui

Intanto il prepotente e temuto " Tiranno " par che sorrida e canzoni il collega di prigionia con quei due occhietti birbanti che gli brillano attraverso l'arruffio del suo pelo ramato. I canti riattaccano, vola qualche scapaccione e l'allegria aumenta con l'avvicinarsi al campo delle audaci imprese pregustate insieme al buon vino dell'amico Carini, la cui mente è lontana le mille miglia dal pensare che po' po' di sgrandinata sta per abbattersi sul suo podere !

Frattanto, Gigi è ritornato serio: a che cosa pensa ? Studia forse il piano per domani? Gli altri cercano di distrarlo e vi riescono con scapito del povero cavallo sul quale piovono certi pizzicotti di frusta da infondergli nuova lena per una breve galoppata, durante la quale, membra e viscere, fiasche e borsette, subiscono vibrazioni e sobbalzi maledetti, a seconda che le ruote del barroccio stritolino la breccia o investano qualche pietra ai margini della strada.

Ripreso il trotto, anche Tonino riprende a cantare; ma ha appena intonata l'arietta " Qui sul mio se .... " che una stecca dolorante tronca il seno a mezzo con un " Ohi! " disperato, seguito da un diluvio d'accidenti tutt'altro che musicali. Il poveretto, alla rinnovata rissa canina, non si è potuto alzar di botto di sulla gabbia dove sedeva, perchè incastrato fra un gomito dell'ossuto Nanni e il voluminoso corpo di Riccardo; e così il suo .... come dire ?... ah! il punto della sua persona più a contatto della gabbia è stato raggiunto, nella mischia, dagli acuti denti di uno dei sottostanti carcerati. Nuovo trambusto e imprecazioni del povero Tonino che va sulle furie perchè i compagni si divertono a dirgliene di tutti i colori; constatazione del danno nei pantaloni e sotto di essi: ma poichè, come opportunamente osserva Nanni in gergo venatorio, "l' animale " non fa sangue, tutto finisce in un coro di risate e di frizzi

- Tonino, rimettiti a sedere al tu' posto!

- Saltavi come un capriolo,!

- Sai chi ti ha arrivato ? " Sincero " per rifarsi della puntata che gli hai dato senza ragione. Ora siete pari!

Ooh ! finalmente ! Il casale è in vista. Un vocio indiavolato, schiocchi di frusta, fischi alla pecoraia, berci; il cavallo rallenta l'andatura; una tirata di guide .... si ferma; e quei ragazzacci balzano subito a terra per sgranchirsi le membra indolenzite.

Il Carini, attirato sulla loggetta di cima alle scale dall'insolito clamore, a tale vista, alza, in atto di disperazione le braccia al cielo e porge I'usato, cordiale saluto:

- Che vi venga un accidente! Oh! povero me ! ma è lieto, in core, per la visita inaspettata.

- Porta intanto giù la chiave della cantina, spilorcio, egoista

- Incomincia a tirare il collo a cinque galletti: uno a testa

- E falli alla " cacciatora " con molto peperone.

Tali, le meritate risposte al povero Carini che non sa quali peccati in vita sua abbia fatti perchè li debba purgare a quel modo !

Chi stacca la bestia, chi riunisce i fucili in un angolo del piazzale, altri toglie sacche, cartuccere, involti, cappotti ; tutti si danno un gran da fare, mentre il disgraziato ospite porta col forchetto in aria, un bel fascio di fieno odoroso alla mangiatoia assegnata al nuovo rettante.

I cinque galletti in padella mandano un odorino da fare svenire un antropofago satollo. Gigi, che da un po' in qua ha fatto poche parole (pensa sempre alla caccia, lui!) dopo aver sistemati nella stalla i cani, va a sedersi sul bordo del basso ed ampio focolare; leva i fucili dalle custodie e li unge e li monta. Compiute queste operazioni che, secondo lui, rappresentano le prime norme del buon cacciatore, dà un po' d'ordine a quella confusione. Intanto un prosciutto mastodontico incomincia a far le spese della comitiva: all'operazione si è accinto il forte Riccardo che suona quel nuovo strumento con tale grazia da dar l'impressione che voli uno schiaffo ogni volta che scaraventa una fetta sull'altra. Con dieci sonate a quel modo, è arrivato a metà. E viene sulla spessa tovaglia di canapa la fumante padella con gli appetitosi galletti all' " arrabbiata " invitanti a bere; e poi le frutta e poi il cacio pecorino col ,pizzico per bere meglio. Infine, un bel poncino chiude il pranzetto ed apre un'animata conversazione che diventa animatissima dopo che quel boia di Nanni ha lanciata la proposta accettata, si capisce - di fare il bis al ponce. Gigi, di poco appetito come di poche; parole, osserva che è tardi e che bisogna andare a dormire perchè alle tre - dice - tutt'omo dev'essere in piedi.

- La sera leoni e la mattina poltroni - va ripetendo. E, o per rispetto alla gerarchia essendo egli riconosciuto come capo-caccia ,della brigata, o perchè si sa di quali panni vesta quando, durante le sue funzioni, le cose non vanno come lui vuole, tutti, sebbene a malincuore, si dispongono ad ubbidirlo. Ma ecco che Nonni non vuol dormire con Riccardo perchè questi, l'altra volta, da quanto russava, non gli fece chiudere occhio. Tonino, protesta per non volersi sdraiare sul tavolo di cucina (non ci sono che due letti) per via di quel morso di dietro che contro il duro gli fa male. Un altro, affaccia timidamente l'idea che ci starebbe bene un terzo ponce .per mandar giù - dice, spianando una mano aperta sullo stomaco - quello che c'è qui. Ma Gigi interviene autorevolmente e di lì a pochi minuti un silenzio certosino scopre il fruscìo degli alberi salutati nel piazzale dal fresco venticello di tramontana.

Tutti dormono, meno uno: Gigi. Perchè ? Pensa in quale macchia scioglierà domani i cani per la prima braccata, o rivede quella bella coppia di caprioli che, tempo addietro, l'intesero di vento? Forse gli appare quel solingone grigio dalla lunata zanna biancheggiante che sfinì lui e i cani nella rincorsa e nella lotta in mezzo al forte del marrucheto ? Ecco .... lo prende di mira .... gli sembra di vederselo ruzzolare ai piedi .... Maledizione! La cartuccia gli ,fa cecca ! Eh! purtroppo il suo schioppo è mal ridotto, tutto rattoppi e legature di fil d'ottone fitte, con i percussori consumati. Che fare ? Comprarne un altro? È presto detto! Ma le " forze " non gli arrivano. Potrebbe vendere " Sincero. " ; gli hanno offerto ottocento lire .... Che? ! Vendere " Sincero " ? ! Il su' cane tanto bravo che gli ha fatto tirare a tanti cignali alla " lesta " ! Non sia mai detto ! E poi, a quel simulacro di schioppo, ormai, ci s'è affezionato al punto che se anche potesse comprarne un altro, quello lo terrebbe come ricordo, come una reliquia. Povero catenaccio ! Sì, catenaccio lo chiamano per celia quei quattro scavezzacolli dei suoi amici! Catenaccio che però gli ha date tante soddisfazioni in venti anni di servizio. E come tira! Porta il piombo così stretto che bisogna fare allontanare l'animale per non sciuparlo. E quando " spadella " ? poco, veh ! ma si sa, qualche volta " spadella " anche lui; allora sì! Eccoti subito quelle canaglie a punzecchiarlo:

- Ma buttalo codesto catenaccio; attaccalo a una quercia: tanto nessuno te lo porta via.

  • Piantalo nell'orto e lasciami il seme
  • - Da' retta, Gigi ; sotterralo costì che si sperga la razza

E lui zitto: però ora a ripensarci ne ,prova una stizza, un rodimento dentro .... E serra i pugni e spalanca gli occhi nel buio pesto della stalla; e si volta e si rivolta senza poter pigliar sonno su quello strato di paglia accanto al su' "Sincero" che non venderebbe neppure se si dovesse trovar senza pane. Ma perchè stringe i pugni ? Che cosa cercano nel buio le sue pupille ? Con chi l'ha ?

O se è tanto buono, Gigi, e sa sempre ,perdonare alle celie degli amici!...

La sera dopo, il solito barroccio rientrava in paese can un maggior carica costituito da due cignali e un capriolo. Gigi aveva fatto " stellino " un bel solingo e non se n'era ,punto vantata. Ma quegli altri, chi li reggeva più? matti dalla contentezza, rincaravano la dose per mandarlo in bestia. Ed eccoli all'attacco:

- Eppure non si direbbe, a vederlo, che quel catenaccio tiri così diritto.

- Ma lo ,sapete come è andata ? E' stato il tignole che è corso incontro alla palla.

- Allora non la sai tutta. Il merito è di " Sincero " che ha agguantato il tignole per un orecchio e l'ha tenuto fermo: Gigi gli ha messo le canne sulla testa!

E Gigi zitto; e appena scende dal barroccio, infilata con un colpo di spalla la tigna dello schioppo e distrigati i cani da corde e catenelle, senza dar la " buonanotte " s'avvia a passo lesto e a testa bassa a casa sua, con alle calcagna " Sincero " tutto rattrappito e smilza.

Ma quei quattro ragazzacci, quei quattro scavezzacolli non sono ancora soddisfatti e l'inseguono con i loro motteggi

- Quanto vuoi di " Sincero " ?

- Lo vuoi vendere il tu' schioppo?

Gigi non risponde, non si volta, ma in cuore suo pensa: -Piuttosto vo' a chieder l'elemosina, se ho bisogno! - e sempre pensieroso e triste, come sotto un incubo, accelera il passo.

Ma dunque, da che cosa, è arrovellato quel cervello ? Da quale assillo? Oh, povero Gigi ! Non erano scene di caccia quelle che apparivano, stanotte, alla tua mente sconvolta; non visioni di appostamenti e di lotte nella macchia forte; non verso i tuoi amici eran rivolti quei pugni stretti. No: i tuoi occhi sbarrati nel buio durante la veglia agitata su quelle due bracciate di paglia, vedevan lontano, come vedono ora, un tettuccio, dove una smunta faccina di bimba che par di cera, accoglie ogni tua ritorno col consueto sorriso!

- Gigi, senti ! Senti Gigi ! Me lo cedi ? Quanto ?

Un mese dopo, " Sincero " e lo schioppo, eran venduti per pagare le spese di un funerale di quarta classe...

 

ARTURO MENGONI

 

TRAMONTO A CAPALBIO

 

Salgono lente le nubi dal mare incontro al sole, che declina or si or no coperto dai vapori grigi dello scirocco. Piove a folate e caldo è il fiato del vento. Livide stagnano le acque morte fra i canneti di Burano, che chiudono il lago da ripa a ripa. Posate sul secco degli olmi sparsi sulle gronde, gracchiano le cornacchie, battono le ali, si buttano in terra a raspare i guasticci, frugano col becco nel verminaio dei grassii, ingozzano la preda e sazie risalgono a gracchiare sui bronconi pelati e torti dalle libecciate.

Senza riposo brontola il mare oltre il tombolo, alle foci dei canali. Il cielo sempre più si copre e s'abbassa e sempre più cupo e bieco. Dove vanno le file degli uccelli, che girano fra le nuvole? Girano e si perdono e riappariscono. Perchè sono irrequieti ? Che cercano, che fuggono... Volano muti dalla marina ai monti, sopra gli stagni cinerei, oltre i forteti lontani e non si posano mai questi uccelli erranti, senza mèta, nell'aria, come gli uomini in terra.

....cala con pigre rote un falco. Lo vedo girar lento, a specchio sul lago, fermarsi d'un tratto sulle ali, precipitare a picco e sparire strisciando rasente le canne, mentre il sole cade vermiglio, corrusco e torbido fra le nuvole. Pauroso e sinistro è questo tramonto e fa pensare a una imminente notte tragica. Mi sta dinanzi squallida la maremma macabra, quale la vide il Carducci, alzando gli occhi dai versi biechi di Marlowe. I radi alberi calvi, aggrondati, ricurvi attorno alla sudicia riva della palude paion davvero becchini ,piegati alla fossa e i poggi, da lungi miranti il mare con satanico ghigno, sembrano capi di tignosi, mentre il sole scema nel cupo orizzonte e la pioggia freme nell'aer maligno ....

Una folaga dalle penne brune si lamenta ,navigando in mezzo al, chiaro. Torna il falco a volo stanco. Sugli olmi stridono le cornacchie e si chiamano alla radunata della notte. Dall'alto del colle guarda torvo alla pianura il Castello di Marco Collacchioni, fa buona guardia alla tomba di Tiburzi nel camposanto fólto di marruche di prunaie come un lasco. C'è nel mezzo una sola croce cadente più triste di mille croci .... O indicibile sgomento di questa solitudine vespertina! Perchè dappertutto sono i segni della necessità di morire ? Anche il sole muore in fondo al mare, agonizza il giorno lentamente.

Cammino a stento nella fanghiglia in cerca di un posto per l'aspetto. Gli sprizzoli della pioggia mi battono sul viso. Un brivido mi ghiaccia le spalle e le reni. E' brivido della febbre, l'annunzio forse della perniciosa? quale altra angoscia, che non so precisare, mi fa soffrire e mi spaventa? Sono venuto anch'io qui per morire, sono maledetto e condannato inesorabilmente perchè anch'io ho voluto profanare questa plaga sacra ai mani di una stirpe spenta di uomini, che considerarono la vita nella morte e vollero scomparire e seppellirono tutti i segni del loro transito per non sopravvivere neppure nei ricordi ?

Dormono le necropoli lucumoniche sotto questa colte funerea, sotto i paduli e sotto i forteti, dormono con loro tesori e con le loro memorie.

 

Davanti a me luccica nel crepuscolo una pozzanghera. L'acqua ribolle e puzza quando le gallore scoppiano nell'aria. Sotto alla melletta, coperta dal putridume viscido della marcita, c'è forse una tomba. Una di quelle tombe a camera, ampie e segrete come un gineceo. Vi ,saranno due morti stesi nello stesso letto con attorno disposte tutte le cose, che piacquero loro nella vita. Due morti, che s'amarono e vollero morir giovani e insieme per non aspettare il destino. Ornamenti muliebri ed armi virili, spille e spade, fibule e scudi, vasetti e coppe. Fra tutta la suppellettile funeraria troneggia un elmo crinito, dal soggolo d'oro, istoriato a sbalzo di combattimenti e di cacce. Il più grande dei morti porta in dito un anello con una pietra, che traluce nel buio sotterraneo. E l'altro, attorcigliato all'osso del polso femineo, porta un braccialetto d'oro bulinato a leggende d'amore ....

C'è un toro, che sguazza davanti a me nella pozzanghera e bruca placidamente il salicchio. Preme forse con gli zoccoli affondati il colmo della volta mortuaria, sta sopra il tesoro, che nessuno dovrà mai ricondurre alla luce senza empietà e senza gastigo.

Sacra è la volontà dei morti, più sacro è il loro sonno, e inviolabile il mistero dei sepolcri. Per questo i secoli sparsero tanta desolazione su questa terra delle necropoli, per questo i mani dei morti primevi vi gettarono il veleno della febbre, che resiste e dura e non si placa mai. Invano corre il tempo, invano mutano le stagioni. Passa qui l'inverno e viene la primavera invano. Quando la primavera vien dal mare fioriscono le mammole, i giacinti, le margherite, le cicorie e le cicute e cantano sulle fiorite, le panterane. Cantano ebbre nel fulgore del sole.

Vadano sui prati le farfalle d'argento e d'oro, su ogni petalo si libra una libellula color di smeraldo. Ma in ogni, petalo, in ogni calice è in agguato la febbre, nascosta e pronta, come la vipera, a colpire ed a uccidere chi s'avvicina. Non bisogna fermarsi, non bisogna guardare. L'incantatrice uccide!

Quando con le brezze di ponente arriva la primavera a queste rive e reca, arrivando, tutte le sue grazie, comincia l'esodo, la fuga paurosa verso la montagna, perchè c'è dietro a lei lo spettro della morte. Braccianti, fruttaioli, carbonai, boscaioli, pastori, massari, vergai, butteri, contadini, fittavoli e padroni, con gli arnesi, con le masserizie, con gli armenti e le mandre guidate dai cani bianchi, riprendono le vie giogane, le antiche vie sterrate dei padri, che come loro esularono ogni anno, all'apparire della maliarda, da questa terra infelice. Maggio aulisce, giugno matura le messi e la gente s'allontana, corre, risale i sentieri della montagna come presa dall'ossessione della fuga, cacciata e spinta dal flagello inesorabile. Soli rimangono i grani a biondeggiare fra le serrate fluttuando alle carezze dei venti, nei piani e sulle pendici, accanto al verde dei talleti, sotto il sereno del cielo e nessuno li guarda. Non ,si sente una voce di donna cantare. Non si vede un camino fumare dai casolari vuoti e chiusi. Deserte son le vie maestre, le lunghe vie bianche delle valli, che vanno e vanno sempre diritte, di padule in padule di campo in campo, di sodo in sodo e non finiscono; ma la febbre, la febbre, infuria e non si placa! Custodisce fedele la volontà dei morti questa erinni delle necropoli dove essi si chiusero per non vedere mai più l'orrore della vita, che,conduce alla morte ....

 

Cade la notte buia senza luna. Gli uccelli vengono dal mare alle pasture. Si sentono nell'aria e non si vedono, passano e ripassano fischiando, da lontano e da vicino. A quando a quando rintrona una fucilata. Sulla torre di Capalbio c'è un lume. Un lume solo in tutta la campagna! ....

VINCENZO CHIANINI

 

Ricordi di G. Puccini cacciatore e uomo

Una sera eravamo soli nel suo studio a Torre; Giacomo cantarellava accompagnandosi al piano sapeva di farmi piacere, e anche un po' per prendermi in giro! - vecchi motivi di vecchie opere. - "Dite a la Vergine .... " .... S'interruppe : - Che frase sublime, disse, che Opera è questa .... - Scrivi anche te La signora delle Camelie, - gli dissi. - Sei matto, - mi rispose - ; ti pare che io voglia scrivere un'altra Traviata dopo Verdi ? - Scusa, hai avuto il coraggio di scrivere la Manon dopo Massenet, e con che successo ; perchè non ti provi ? - No, no, - mi disse, - sarebbe una pazzia, oltre che una sfacciataggine. - Passò del tempo, e un giorno gli scrissi a Milano, e come poscritto, in fondo alla lettera :  Hai più pensato .... a Margherita ? ". " E dai con la Gutier ! Ma io non ho fegato. Però comprerò il romanzo e lo leggerò ". Dopo qualche settimana, sempre da Milano " Leggo con Adami Margherita. Mi piace, si sta studiando, chi sa ? Sarebbe un ardire, ma anche un bel colpo. A lettura finita ti ridirò ". Ma poco tempo dopo : " La Dame aux Camelias ha tramontato. Non c' è mezzo di esche da quel che è stato fatto ; e ripetere le stesse situazioni e nello stesso modo, non può andare ". Così tramontò l'idea della Traviata; ma io ho sempre pensato che se avesse avuto il coraggio di farlo, dato il suo modo di sentire e di scrivere, avrebbe fatto una, gran bella cosa.

Ricordo che in quell'anno, o giù di lì, davano alla, "Scala " l' Elettra di Strauss ; Puccini era a Milano, c'ero anch' io, andammo insieme alla première. Io era nelle poltrone, Lui in un palco non so di chi. Ci si doveva trovare dopo lo spettacolo sulla piazza. Non sono per la musica rumorosa, e l' Elettra è tutta rumore dal principio alla fine. Non mi riuscì di capirci nulla ; e al calar della tela mi alzai tutto intontito e escii per prender aria ; ma quando fui nell'atrio mi accorsi che tutti se ne andavano. - O che è finita ? Tornai subito indietro a prendere il pastrano, e escii dal teatro. Ma aveva perso tempo ; e su la piazza trovai Giacomo appoggiato a un lampione, e : - O che facevi, - mi disse - me ne andavo. - Aspettavo il secondo atto. - Rise.. - T' è piaciuta ? - Non ci ho capito nulla. -Passò del tempo, e a Torre del Lago se ne riparlò. Aveva letto lo spartito, e mi disse che c'era del buono ; ma mi parve che lo dicesse senza convinzione ; quello che è certo è che lui di quella musica non ne avrebbe scritta.

Il primo di ottobre del '12, mi pare, era ad Amburgo : "Ti scrivo mentre mi sinicchiano. Sono qui nel gabinetto del Von Director e fumo, e mi rompo le scatole. Le premières mi rendono nervoso : non come un tempo, ora son nervi di sapor disgustoso. Vorrei essere lontano, non lo so neppur io .... Ma quel che è certo è che non mi diverto, e penso con gioia alle 11, perchè tutto sarà finito. No, che dico ? Ho un vile, ed infame banchetto ! E' il solito calice da bere ! Sento la tromba dell'arrivo di Minnie. Rimango fino al 4 ; parto per Lipsia per assistere a Tosca ; il 5 sarò a Vienna per assistere al lavoro di mise en scène, con probabili pranzi delle principesse austro-lucchesi, coi loro reggimenti di figlioli ; da loro mi par di respirare l'aria nativa: parlan lucchese più di me ! Oh mia Torre del Lago, benchè la simpatia per il trogolo sia scemata, ora lo desidero ! ".

Quando il lago fu venduto alle Torbiere d' Italia, Puccini era fuor di sè, temendo che gli togliessero la caccia; ma s'intesero e fu rinnovato l'affitto. Però qualche noia l'ebbe; volevano imporgli come socio un certo avvocato, amico del direttore delle Torbiere ; e Puccini di soci non ne voleva. Furono lunghe trattative, ma alla fine rimase padrone assoluto.

Nel dicembre dello sesso anno, scriveva : "Se ti dicessi che Milano è un incanto, mi metteresti in-canto ! Come vedi dall'esordio ho la mente annebbiata come il cielo lombardo .... Ma dopo Natale neppure un terno al lotto mi terrebbe qui. Verrò a Torre, e se le Morette saranno buone, mi ci fermerò ; spero che mi divertirò. Parisina va domani sera, o per meglio dire, domani notte, perchè si dice che terminerà alle 2. So che Mascagni ha lavorato come un negro, speriamo che gli vada bene, glie l'auguro di cuore ; povero lui se andasse a rovescio".

Ci fu un tempo che molti fecero pratiche per prender in affitto la caccia del lago, togliendola per conseguenza a Puccini. E offrivano anche un prezzo maggiore. Ma erano società di cacciatori, chi sa che baccano avrebbero fatto sul lago. Riuscii a persuadere chi aveva la facoltà di decidere, di lasciare la caccia a Puccìni ; lo scrissi subito a lui, e mi rispose : " Quanto mi scrivi mi stupisce e anche un po' m'addolora; ma tu, ma loro, avete pensato a me, e ve ne sono tanto grato. Togliermi il Lago è come togliermi un pezzetto di cuore. E che farei io a Torre ? ! Io credo e ho sempre creduto all'amicizia, e anche all'amore ; e in fondò..sono e sarò sempre un grande ottimista; benchè abbia potuto constatare molte e molte volte che nel mondo le disillusioni son sempre più copiose del contrario. La tua affermazione di amico mi fa bene, e sempre più mi rende visionista del buono e del bello che c' è nella vita. Avrai letto la campagna che si fa contro la Rondine. Viene da Parigi ! Che vuoi farci . Il mio successo, te l'assicuro, vero e sodo, gli ha dato ai nervi ; ma la continuazione della guerra viene da qui, da questa bolgia milanese, nella quale si agitano tante forze invidiose e ostili ; ma poco m'importa. Insomma il sotto non esiste, e tutto il mio operato è chiaro come la mia musica ; io rimango sereno e aspetto. Intanto ho scritto una lettera al Corriere " la leggerai e mi dirai il tuo parere ".

E aveva ragione. Appena scoppiò la guerra con l'Austria Puccini si dette un gran da fare per rompere il contratto coi viennesi : " Pare che alla fine riescirò a levare ai nostri nemici la Rondine. - mi scrisse in quei giorni -, e se avrà ali volerà presto da noi". Pensare che qualcuno malignò perchè Giacomo si era impegnati a scriver musica per l'Austria ; allora eravamo in guerra; ma quando fece il contratto eravamo amici, e per di più alleati !

Nel dicembre del '18 doveva andare in scena il Trittico a Roma. Ricordo che questo nome di Trittico che gli fu dato non so da chi, lo sorprendeva. " Perchè lo chiamano Trittico ! Sono tre lavori che non hanno nulla da fare uno con l'altro. Basta, lo chiamino come vogliono, ma noi .... ". Giacomo stava per partire per la Capitale. Io ero a caccia al Chiarone. Dopo le prime rappresentazioni voleva venir subito al Chiarone anche lui ; da Torre mi scrisse : " ....mi ci vuole una camera e un barroccino comodo " - due cose difficili a trovare in quel deserto - " Come ti ho scritto vado a Roma Hotel Quirinale ; ci sarò lunedì 9 alla sera. passando dalla stazione tua alle 6 ; se ci sei ci si saluta. Mandami il plico di "Ricordi " a Roma, è urgente che io l'abbia. Qui a Torre fa schifo, niente più caccia ; non m' è riuscito di ammazzare una beccaccia in Macchia. La cagna non mi ha dato segni di naso. Io rimango a Roma fino al 7 o l' 8 gennaio ; allora mi fermerò da te al Chiarone, prima è impossibile ; ma trovami il barroccino ! Farei venire Amanno e Nicche, a portarmi il cane - il fucile l' ho con me - e rimarrei in quei paraggi per qualche giorno. Ma il barroccino mi ci vuole coute qui coute. Prega che mi vadano bene i miei tre lavori. Vieni a Roma presto, ti serbo il posto ; ma vieni per le prove ; la première dovrebbe essere il 2 gennaio ; da provare c' è molto ! ".

Quando passò per andare a Roma non ci si vide ; gli scrissi per il plico " Ricordi ", e per dirgli di tenermi informato ; perchè qualche giorno avanti la prima ci sarei andato, ma molto molto prima no ; c'era un poco di caccia e mi dispiaceva perderla ! Di questo Puccini non si poteva sorprendere, perchè anche lui, fra le cure e le trepidazioni per la première pensava sempre alla caccia ! E il 12 mi rispose: " Ti scrissi che sarà il 2, prima no certo ; per ora non si può dire preciso. Prove fin ora bene. Rimasi contrariato per non averti potuto parlare al passaggio del treno.

Insisto, ricordati, io senza il traino fisso non potrei stare al Chiarone. Per le prove puoi venire fra qualche giorno, saremo più avanti. Dopo l'andata delle opere forse andremo, con Magrini e Cecco Fanelli (son qui a Roma) alla Pescia Fiorentina ; se farà freddo ci saranno le beccacce, se no transeat. Credo che le tre opere saranno una buona cosa ; così si preludia nel l'animo mio e dei vicini ". Dopo qualche giorno andai a Roma ; furon giorni deliziosi. Il Trittico ebbe quel successo che tutti sanno.

Il barroccino non lo trovai ; al Chiarone ci venne, ma di passaggio per andare dai Magrini alla Pescia Fiorentina. Ci andai anch' io, due giorni per le cacce ai cignali ; se ne uccisero cinque. Com'era allegro Giacomo in quel tempo, che giorni indimenticabili furon quelli ! Chi avrebbe mai pensato che pochi anni dopo il nostro Puccini sarebbe scomparso per sempre !

Potrei seguitare ancora a narrare di Lui, frugando nella corrispondenza del grande, caro Amico ; ma vedo che mi son dilungato assai più di quello che in principio pensava. Dirò solo di un'altra cosa che forse interesserà più me, di chi legge .... Ma ormai ci sono .... e chi non vuol leggere, salti.

Ogni volta che finiva un' Opera mi mandava lo spartito ; sempre con dediche .... più o meno straordinarie ! Su la Bohème, che era dedicata al marchese Carlo Ginori

" Al marchese Carlo Ginori, e al suo alter ego Antonio Bettolacci "

Su lo Spartito della Manon

" Manon Les-cot-tano le mani a suonar questa musica ? ! "

Sul frontespizio della Tosca

" To ....scavezza collo, questo Spartito è tuo "

Su La Fanciulla del West.:

" A Bettolacci antico, che fù sempre nemico

Con l'aria di Manrico porta il cappello aprico sia a Torre o a Portorico. E tiratore io dico con occhio assai mirico ; ahimè come affatico ; la mente mia per te ! "

Questa dedica .... poetica, è scritta così male che non si arriva a, leggerla tutta ; i versi illeggibili li ho saltati.

Su la Rondine

" A Tonio Bettolacci che fu senza vergogna ! (io attesto cose vere) venne per la Première accolto con abbracci ; rimase pochi istanti fuggendo il giorno avanti da l'ospital Bologna. Sì, fu senza vergogna ! ! "

Questo v a spiegato. La Rondine doveva andare in scena il tre, fu rimandata al 5. Aveva un impegno che non poteva rimandare ; lasciai Bologna insalutato ospite. Questo il motivo della dedica.

Non posso dire di tutte le lettere che ho di lui, interessanti sempre, ma che contengono più o meno cose che è prematuro far note. Quando sarà.... storia antica,qualcuno le ritroverà; e ne farà quel che crede.

Voglio dire un'altra cosetta, tanto per dare ancor più un' idea di certe stranezze del carattere di Lui. Era appena ritornato da New York, si passeggiava lungo la ripa del Lago, e mi raccontava tante cose del Suo viaggio in America: - Forse domani, mi diceva, vedrai che. bella barchettina m'arriva da Genova ; l'ho portata da N . Y. con me, sul " Lusitania ", ma non ho avuto pazienza di aspettare per tutte le formalità della Dogana. - 0 che non ne avevi assai delle barche, ne hai una flotta ; cosa ne fai ? - Sì,ma quella è un'altra cosa ; vedrai. - Ti costa molto ? -Non tanto : mezz'ora, di lavoro .... - E rideva. - Senti come è andata ; aveva veduto quella barca in mostra e m'era piaciuta tanto, me n'era innamorato ; ma, mi pareva fatica a spendere le cento sterline che ne chiedevano; tanto più, come dici te, ne ho una flotta. Una mattina mi capita in camera R. - Sai Giacomo, Miss K. vuole in tutti i modi avere un tuo autografo .... - Mandala in quel paese. - Ma senti, dice che se le scrivi il duo di Rodolfo e Mucia, dà cento sterline. - Cento sterline; proprio quel che ci vuole per la barca ; in una mezz'ora io scrivo, e mi levo la voglia gratis ! - Di' a Miss K., - e diceva per esteso : miscappa) che avrà il duo. Lo scrissi, e presi la barca, che ho chiamata " Minni " ! - La barca arrivò la sera stessa ; era davvero graziosa, e filava veloce su le acque tranquille del Lago.

Credo che esista sempre, per quanto vecchina, nel porticciolo a Torre.

E chiedo questa, forse troppo lunga chiacchierata, parodiando gli antichi versi

Se e oguno conoscesse il cuor ch'egli ebbe, Molto l' ha amato, e ancor più l'amerebbe !

A.BETTOLACCI

IL VECCHIO

 

Anselmo abitava una delle casucce del Chiarone, vicino al mare. Tutto intorno a quelle quattro case color ruggine si estendevano i campi messi a grano, intervallati da larghe lame di palude e da boscaglie acquitrinose e sabbiose dove il Principe teneva allo stato brado le vaccine e i cavalli.

Gli uomini rinsecchiti, giallastri per malaria che li divorava e li asciugava, o lavoravano nella tenuta del Principe o facevano i pescatori.

Anselmo faceva il cacciatore di mestiere e questo gli bastava per le sue poche esigenze. Da tempo la malaria gli aveva portato via tutti.

Viveva con lui solo Argante, il cane, da anni fedele compagno di caccia ed ormai vecchio come lui. Formavano davvero una strana coppia, a vederli andare per le macchie irsuti e silenziosi, curvi e tesi nella cerca, o neri e sperduti nel lucore nebbioso del palude!

Amavano quei silenzi strani, l’emozione della levata del selvatico, le notti insonni, la libertà.

All’uno bastava la presenza amica dell’altro.

Quel pomeriggio di gennaio avevano trovato le tracce dei cinghiali, su in alto, sotto il monte, vicino alla riserva del Principe. Sicuramente avevano sconfinato sfondando la fratta di marruche per trovare da mangiare. Li avrebbero aspettati alla posta. Mangiarono un boccone presso il fontanile dell’abbeverata grande. Legò il cane lì vicino e si avviò nuovamente per il bosco.

S’era fatta notte presto e solo gran pratica dei luoghi consentiva ad Anselmo di non perdersi. La luna ancora non si era levata e la macchia intorno a lui sembrava una stanza al buio.

Faceva un freddo asciutto, senza un alito di vento.

Camminava sicuro, il fucile a tracolla e le mani avanti per sentire i rami bassi e scansarli. Ritrovò la radura dei cinghiali e si appostò su un albero. Il tempo passava lento.

La luna ormai si era levata e un po’ di luce filtrava adesso nel bosco. Verso le due del mattino, sentì che stavano venendo: un calpestio pesante sul terreno gelato, dei bassi grugniti. Sciolse il mantello che l’avvolgeva ad armò i cani del fucile. Li sentiva vicini ormai, ma non riusciva a distinguerli. Non dovevano essere tanti, solo tre o quattro. Il fucile era pronto, alla spalla; gli occhi un po’ lacrimosi per il freddo gli dolevano per il gran guardare. Ad un tratto intravide una massa scura, bassa, muoversi accanto ad un cespuglio. Sparò rapido i due colpi alla meno peggio, guidandosi con il pezzetto di carta bianca che aveva infilato nel mirino per renderlo visibile nell’oscurità. Sentì il cinghiale urlare, fermo sul posto, poi un gran tramestio, cespugli sfondati e tutto tornò silenzio.

“Non c’è restato” imprecò il vecchio, “ma sicuro che domattina Argante me lo ritrova, magari già morto”.

Si affrettò al fontanile e riaccese il fuoco. L’alba li trovò sulle tracce del cinghiale. Doveva essere grosso e almeno una delle palle doveva averlo colpito basso nel ventre. Se era così avrebbe camminato per ore prima di cadere.

Argante seguiva l’usta lento e sicuro. Non guaiva, non canizzava, solo qualche uggiolio ogni tanto dove trovava un po’ di sangue, segno che lì il cinghiale aveva sostato. Quando riusciva a passare attraverso i marrucheti sfondati dal selvatico, aggirava il macchione finché non ritrovava dall’altra parte il segno del passaggio.

Nei punti acquitrinosi lambiva qua e là l’acqua per sentire dal sapore la direzione presa dall’animale in fuga.

Ormai da un pezzo erano dentro la riserva del Principe, il bosco aveva ceduto al ginepreto e si poteva camminare più spediti senza l’impedimento dei rami bassi degli alberi.

Il cinghiale non poteva essere molto lontano: doveva essere sfinito per il sangue perduto, le tracce delle sue soste diventavano più frequenti.

Anselmo andava maledicendo se stesso per quel colpo impreciso, dispiaciuto di far soffrire così quella bestia.

Il toro brado caricò all’improvviso sbucando da dietro un cespuglio alto di ginepro. Il vecchio se lo vide venire addosso a testa bassa e cercò di scansarlo girandosi di fianco e urlando per spaventarlo. Un gran colpo alla coscia e si sentì alzare da terra per ricadere pesantemente all’indietro. Il toro fu ancora su di lui, ma Argante gli si lanciò contro latrando rabbiosamente distraendolo.

Intontito, il vecchio vedeva il toro, ora mugghiante, menare gran cornate al cane che, fronteggiandolo e urlando, cercava di morderlo sul muso basso e proteso, nero e filante bava. Il toro continuava a caricare il cane con piccole rincorse convulse, ma Argante non mollava evitando le cornate e riattaccando subito di fianco o di fronte, come faceva con i cinghiali.

Il vecchio, da terra cercò di sfilarsi da tracolla il fucile, la schiena gli dava fitte di dolore ed ogni movimento era una pena. Si tirò su a sedere ed armò i cani: vide allora Argante volare in aria con lunghi guaiti.

Nella lotta i due animali si erano allontanati ed il tiro era lungo, disperato: mirò all’attaccatura delle spalle tirando contemporanea-mente i due grilletti per unire l’impatto delle spalle.

Il toro cadde di quarto.

Il vecchio ristette un attimo a guardarsi la gamba ferita, ma sentiva dolore, era solo come se la gamba fosse morta, di legno. Se la palpava e sentiva la ferita che arrivava da sopra il ginocchio su fino all’anca. C’era tanto sangue.

“Bisogna stringerla forte, se no mi dissanguo”.

Si tirò su e si calò i pantaloni. Era proprio uno bello squarcio: sopra il ginocchio doveva essere più profondo perché lì sanguinava di più. Si tolse il giaccone e strappò le maniche della camicia, le mise sulla ferita a modo di tampone e legò stretto con un pezzo di spago.

Ansimava e sudava e cominciava a sentire dolore.

Udì un guaito lieve. “Allora è vivo” biascicò a mezza bocca “Arrivo, arrivo, su bello” ripeté più forte.

Barcollando e trascinando la gamba si avvicinò al cane, lungo, disteso, pieno di sangue. Questi sollevò la testa e guaì più piano. Il fianco squarciato lasciava intravedere il palpitare degli organi interni; se questi non erano offesi si sarebbe salvato.

Ne aveva visti tanti conciati così e peggio dai cinghiali, nelle cacciarelle. Però bisognava ricucirlo.

Si levò il panciotto e glielo fasciò intorno legandolo con lo spago, stretto, per tenere la ferita chiusa. Intanto gli parlava dolcemente.

Per fare questo si era dovuto mettere in ginocchio e levarsi nuovamente in piedi non fu casa da poco.

Doveva levarsi fuori di lì: intorno non c’erano casolari, solo la masseria del principe, ma distava almeno cinque chilometri. Meglio dirigersi verso la spiaggia: era più vicina. Fece alzare il cane, che, un po’ riluttante, piano ubbidì. Appoggiandosi al fucile cominciò a discendere la macchia bassa, ogni passo era un tormento, ogni passo una fitta. Si riposavano spesso, “come aveva fatto il cinghiale ferito”, pensò Anselmo, “partiamo le stesse pene!”

Ora avevamo avanti le stoppie, larghe, sembrava non finissero mai! La gamba faceva un male d’inferno, il cane tremava tutto e ogni tanto si buttava per terra.

Finalmente la palude! Argante bevve avidamente, anche il vecchio aveva tanta sete ma non poteva bere quell’acqua sporca! Presero a diguazzare nel fango e nell’acqua bassa, saggiando la melma con il fucile per sentire le buche: non ce l’avrebbe fatta mai, finito com’era a tirarsene fuori se vi fosse caduto dentro .

Come Dio volle trovò un argine.

Il mare era ormai vicino e si sentiva il rumore della risacca.

Si lasciarono andare sulla sabbia, abbandonati, come morti: il corpo era tutto un dolore come se lo avessero bastonato. La gamba sembrava pesasse una tonnellata. Erano le due del pomeriggio: c’erano ancora due ore buone di luce; se non passava una barca in quel tempo era finita!

Cominciava a levare la brezza e la superficie del mare ne era increspata il che rendeva ancora più difficile, con il rispecchiare del sole discendente, scorgere eventuali barchini.

Anselmo con una cannuccia e il fazzoletto pulì all’interno le canne del fucile del fango raccolto.

Era necessario per non farle scoppiare.

Ora il tempo trascorreva troppo veloce e la sfinitezza aumentava. Bruciava di febbre.

Finalmente scorse una barca, piuttosto al largo, e cominciò a sparare ad intervalli regolari, un colpo alla volta: pam ... pam ... pam... L’antico segnale dei cacciatori in pericolo.

La barca si avvicinò subito. Era uno del chiarone che appena gli fu vicino esclamò: “Dio Santo, Ansè, ma che t’è successo? Tutto sangue!”

“Un cinghiale ferito” mentì: il toro era del Principe e sapeva bene quanto questi tenesse alle sue bestie!

“Carica il cane, fa piano, è conciato peggio di me”.

Tornavano a casa!

Disteso sul fondo della barca, chiuse gli occhi, sfinito, abbandonatosi alla fatica.

Si scosse dal torpore alla voce del barcarolo che  chiamava gente. Gli si fecero intorno, li sollevarono.

“Piano alla gamba” si raccomandava. Lo posero sul letto, il cane lo misero a terra sotto la finestra.

Uno andò col calesse a chiamare il dottore a Capalbio. S’era fatto buio. Qualcuno gli sfilò i calzoni, ma la rudimentale fasciatura non fu toccata per paura che uscisse più sangue. Chiese da bere.

Gli ripulirono la faccia dal sangue e dalla sabbia aggrumata. Cambiarono le lenzuola.

La stanzuccia era piena di gente che parlava fitto e piano per non disturbare Anselmo che s’era assopito. Del cane nessuno si occupava.

Verso le otto di sera arrivò il dottore, magro, grigio come il suo ferraiolo, senza età.

Alla luce del lume a petrolio guardò quell’impiastro di fango, di sangue, e di stracci bestemmiando tra i denti. Ordinò dell’acqua calda, fece accendere delle candele per avere più luce e tolse gli stracci. La ferita apparva slabbrata, con i bordi biancastri gonfi e aperti, violacea intorno.

Lavò bene tutto e disinfettò abbondantemente; quindi, incurante dei lamenti cominciò a cucire.

Finito che ebbe egli fece mettere panni asciutti e chiese due bicchieri di vino. Ne pose uno al vecchio che, pallido com’era, pareva ancora più minuto tra  le lenzuola bianche.

“Per piacere ricucite il cane”.

La luce tremolante rimbalzava e giocava sui volti degli uomini che, attenti, guardavano in silenzio il dottore ripetere su Argante quello che poco prima aveva fatto al suo padrone.

“Grazie tante, dottore” disse piano Anselmo “come posso sdebitarmi?”

“Adesso pensa a guarire, ci vediamo domani. Buona notte!” concluse il medico.

Sulla porta qualcuno sussurrò “Se la caverà che dite? Ha perso molto sangue”. “Non lo sai che qui in maremma si muore solo di malaria?”.

Il barcarolo mise nuovi pezzi di legno sul fuoco per la notte, fu lasciata la chiave nella toppa all’esterno e se ne andarono.

Anselmo scese a fatica dal letto e facendo forza sulla gamba sana si avvicinò al cane che avevano rimesso sotto la finestra, su un sacco.

Piano piano lo tirò accanto al letto e lo scoprì con una coperta.

Il grecale ora soffiava forte e la risacca batteva incessante, spruzzando scaglie di salmastro sul vetro della finestra; all’intorno si sentiva lo scoppiettio del fuoco e il frigolare dello stoppino.

Dal letto il vecchio tese il braccio per posare la mano sulla testa di Argante: e così, mentre il sonno lo vinceva, sentì le voci del vento e del mare affievolirsi pian piano e confondersi con i rumori amici della casa, con il respiro corto e lieve del cane, finché non furono più un suono ma il murmure indistinto di un sogno.

Sergio Maria Grossi  - -

 

IL MINISTRO

Una piaga della Maremma di fine ottocento era il lavoro minorile. I bambini, oltre alle normali piccole incombenze quali figli della terra, a sei anni venivano avviati per circa tre mesi a spigolare; a otto anni, nel tempo della mietitura, trasportavano i fastelli di grano sistemandoli in cordoli oppure erano destinati in via permanente alla pastorizia; a dieci anni erano mandati nei campi a raccogliere le pietre affioranti dal terreno ed a trasportarle ai bordi dei campi stessi ove poi sarebbero state ordinate in muri a secco. Era, quest’ultimo, un lavoro lungo e spossante, sotto l’incubo della malaria sempre presente in quelle larghe, con una retribuzione irrisoria. Ma era, purtroppo, necessario che i ragazzi cominciassero presto a lavorare per i fattori perché altrimenti, giunti in età da lavoro, nessuno mai li avrebbe assunti, non diciamo come salariati, ma nemmeno come braccianti.

In quell’estate ardente, tra gli altri ragazzi giunti alla masseria del Principe, c’erano anche due fratelli: Agostino di undici anni, che per la prima volta faceva la “maremmata” insieme a Domenico di quattordici anni. Domenico aveva promesso alla mamma, prima di partire che avrebbe vegliato sul fratello più piccolo.

Il lavoro era duro sotto il sole, le soste rare e brevi, il “caporale” esigente e manesco. Le due dozzine di ragazzi lavoravano aiutandosi tra loro nel trasporto delle pietre più pesanti o meno maneggevoli, cercando di risparmiare come potevano i compagni più piccoli e più deboli.

Di notte dormivano all’aperto, sulla paglia, con le giacchette sulla faccia per ripararsi dalle zanzare.

Un giorno, poco prima dell’ora di pranzo, il caporale ordinò a Domenico di andare a prendere l’acqua da bere.

La fonte era a poco più di un chilometro, dietro il poggio.

Con il manico della brocca infilato nel braccio, il ragazzo si allontanò senza fretta, contento del diversivo. Dopo l’afa del mattino si era levato un leggero venticello che leniva un poco la morsa del sole. Passò oltre il poggio: guardava le rondini che planavano in lunghe evoluzioni ad ali ferme quando sentì il crepitio del fuoco prima ancora di vedere il fumo. Era lì vicino, oltre il muro a secco. Posò la brocca e si arrampicò sul muretto invaso dalle erbacce. Questi formava come un recinto rettangolare piuttosto largo con un unico cancello di legno chiuso all’estremità opposta. Il fuoco, sospinto dalla brezza, avanzava veloce, alto a ventaglio sulle stoppie secche. Vide la cavalla correre come impazzita nello spiazzo ancora libero: nitriva, scalpitava, si ritornava; il fumo a tratti la copriva. Come diavolo poteva essere scoppiato il fuoco là dentro, pensava Domenico, mentre correva alla disperata lungo il muro verso il cancellone di legno! Doveva fare presto se no per la cavalla era finita!

Aprì la “stena” e l’animale si buttò fuori: il fuoco era vicino. Scosciò un ramo verde e si appostò al varco battendo alla forsennata le lingue avanzanti. Il muro a secco aveva fermato il grosso. Rincorse i tentacoli di fuoco sfuggitigli e li spense.

Presto tutto finì, rapidamente così come era cominciato. Il ragazzo si sedette per terra a prendere fiato.

Arrivò il caporale che aveva visto il fumo, seppe della cavalla e vide come il fuoco era stato fermato sul cancello. Ordinò nuovamente al ragazzo di andare a prendere l’acqua al fontanile.

A sera, durante il resoconto della giornata, fu raccontato al ministro anche di come Domenico aveva salvato la sua cavalla da ustioni che ne avrebbero costretto l’abbattimento. Il ministro era responsabile di tutti i beni del Principe in quella zona: uomo grande e grosso, severo e duro, era stimato come persona giusta. Forte cavaliere, teneva moltissimo a quella cavalla che aveva allevato da piccola e che aveva fatto rinchiudere in quel vasto recinto onde sottrarla agli  assolti remissini della masseria. Volle vedere come era fatto quel maschietto che gliel’aveva salvata e che aveva impedito al fuoco di uscire nella piana.

I ragazzi, stanchi, erano radunati verso il recinto della doma: i più grandi giocavano a carte, i più piccoli a piastrelle. Alcuni fumavano godendosi la frescura della sera.

Il fattore chiamò: “Chi si chiama Domenico?”

Il ragazzo si fece avanti: “Io”.

“Ti vuole il ministro. Andiamo”.

Si era fatto, d’improvviso, silenzio: tutti si erano voltati a guardare il fattore ed il loro compagno.

“E perché? Che vuole da me?”

“Sbrigati. Fa meno chiacchiere”.

Il ragazzo si mosse, girandosi ogni tanto a guardare i compagni. Il ministro era il capo assoluto nella masseria: da lui dipendevano i pastori, i butteri, i massari, i coloni, i salariati e i braccianti. La sua parola era legge in quel piccolo mondo. E il ragazzo aveva una gran paura addosso. Salirono la scala esterna della grande casa color ruggine ed entrarono.

“Va pure” disse il ministro al fattore.

“Tu fatti avanti, non stare lì sulla porta”. L’uomo sedeva solo ad un grosso tavolo ancora apparecchiato dopo la cena e fumava. La stanza era grande ed aveva bei mobili scuri e lucidi. Vicino la finestra c’era una Signora che non conosceva e che gli sorrise dolcemente. Domenico ricambiò il sorriso e non ebbe più paura. L’uomo, dopo una sbirciata generale, lo guardava serio negli occhi, quasi curioso.

Era abituato tutti i giorni a leggere rispetto e timore, cortesie interessate e falsità velate. Nel ragazzo vide solo l’onestà e la franchezza della giovane età.

“Bevi” gli disse riempendogli mezzo bicchiere di vino.

“Così tu hai salvato la mia cavalla dal fuoco. Raccontami com’è stato”.

“Non sapevo che la cavalla era vostra”. Con poche parole narrò l’accaduto, indugiando un poco sulla paura che aveva avuto quando le lingue di fuoco sembravano sfuggirgli.

“Sai sellare un cavallo?”

“Sì. Il babbo ce lo ha insegnato”.

“Che fa tuo padre?”

“Era commerciante di bestiame. Adesso, però, è morto”.

“Di dove sei?”

“Di Cellere”.

“Quanti anni hai?”

“Quattordici”.

“Nella stalla hanno bisogno di una persona. Da domani lavorerai lì. Tutte le mattine alle sei precise mi farai trovare la cavalla insellata qui sotto casa. Sei contento?”

Il ragazzo rimaneva lì a guardare il ministro, senza dire né sì né no, come inseguisse un pensiero interiore.

L’uomo, sorpreso da questo inatteso atteggiamento, proruppe:

“Ma come, ti levo dal lavoro delle pietre, e tu non sei contento?”

“No, no”. Si affrettò a dire il ragazzo. “Sono contentissimo, altroché!”. Titubante riprese subito: “Ecco se mi permette di parlare, io volevo dire questo. Tanto per voi è lo stesso: qui a lavorare c’è anche mio fratello Agostino. Anche lui sa insellare i cavalli, accompagnava il babbo alle fiere. Ha buona volontà di lavorare ed è svelto. E’ meglio che ci mettiamo lui alle stalle. Vedete, Signor Ministro, lui è un po’ più piccolo di me. Levate lui dalle pietre, è meglio che lo faccio io quel lavoro. Sono più grande e più forte ...”.

L’uomo guardava quello scricciolo di ragazzo che gli mostrava due stecche di braccia bruciate dal sole e due manucce sciupate e logore. Era più forte...

La donna aveva alzato gli occhi dal ricamo e guardava il marito. I loro sguardi si incontrarono, ancora una volta la donna sorrise dolcemente senza parlare.

“Va bene! Come ti chiami?”

“Domenico Cenci”.

“Va bene, Domenico. Domattina alle sei vieni alle stalle con tuo fratello. Voglio vedere come insella. Come si chiama tuo fratello?”

“Agostino, Agostino Cenci”.

Aspetta, voglio darti un premio per quello che hai fatto oggi”. Aprì un tiretto nel cassettone e ne tirò fuori un coltello a serramanico. Gli occhi e il sorriso del ragazzo rivelavano la gioia per l’inatteso dono. Farfugliando un ringraziamento guadagnò la porta.

Il ministro si portò alle spalle della moglie e le accarezzò i capelli. La donna aveva gli occhi pieni. “Malaria maledetta!” Imprecò con rabbia tra i denti l’uomo guardando un ritratto di bambino sul canterano.

Fuori, Domenico piombò di corsa sul gruppo dei ragazzi. La sua gioia fu la gioia di tutti. La solidarietà delle privazioni e delle sofferenze lontani dalla famiglia ne aveva fatto un gruppo compatto e affiatato.

La mattina successiva i due fratelli erano pronti davanti alle stalle. Agostino aveva già portato fuori la cavalla e l’accarezzava, parlandole a voce bassa. Domenico aveva preparato una balla di paglia proprio lì vicino.

Il ministro attraversò lento il grande piazzale, tra gli uomini già affaccendati.

“Buon giorno, Signor ministro”.

“Allora tu sei Agostino. Fammi vedere come inselli”.

Agostino, un po’ più mingherlino e più basso del fratello, salì sulla balla di paglia con la coperta in mano e la tese sulla cavalla; abbrancò, poi, la “bardella” e, ammansendo con la voce la bestia, la pose sulla groppa.

Quindi, passando sotto la pancia, tese la cinghia del reggisella colpendo d’improvviso con una gomitata la pancia dell’animale, quindi, rapido, tirò la cinghia agganciando la fibbia. L’uomo apprezzò il gesto che, facendo ritirare la pancia, aveva impedito alla cavalla di gonfiarsi per poi avere la cinghia lenta. I gesti successivi, fatti rapidamente in silenzio, fecero superare l’esame al ragazzo.

“Va bene”, commentò. “Tutte le mattine alle sei voglio la cavalla insellata sotto la scala di casa. Oltre al lavoro nelle stalle, ti occuperai tu di questa bestia. Puoi anche dormire nella stalla, se vuoi”.

Trascorsero alcuni giorni tranquilli, poi scoppiò un altro incendio nei pagliai e fu una nottata molto dura. Ce n’era stato un altro prima dell’episodio della cavalla e la faccenda non era chiara. Il ministro convocò il fattore ed i guardiani. Bisognava stare con gli occhi aperti, intensificare la vigilanza a cavallo specialmente ai confini della tenuta, controllare le bestie brade radunandole, controllare le fonti, fare la guardia di notte ai silos. C’era di certo qualcuno che voleva fare del male. Ma chi poteva essere? Uno di fuori o uno degli uomini in servizio nella fattoria? Tutto doveva essere fatto con discrezione: se era uno di fuori ciò poteva sortire un certo effetto, ma se era un interno era un brutto guaio.

Chiunque poteva appoggiare la punta di un sigaro su un pezzo di sterco secco di vacca, buttarlo in un campo ed andarsene. Il fuoco sarebbe divampato almeno un paio di ore dopo!

I ragazzi del gruppo di Domenico furono avvertiti dal caporale di segnalare qualsiasi cosa sospetta. Agostino dormiva nelle stalle e, per stare tranquillo, si chiudeva dentro sprangando le due grandi porte.

Passarono alcuni giorni senza novità poi, d’improvviso, una notte verso l’una un guardiano, appostato vicino ai recinti delle vacche, vide una fiamma volare nelle stalle attraverso una delle finestre aperte.

Sparò due colpi più per dare l’allarme che per colpire; vide un’ombra attraversare di corsa lo stradone e perdersi nella notte.

La fattoria era in subbuglio. Si gridava: ”Al fuoco, al fuoco”. Gli uomini erano usciti a precipizio dagli usci.

“La porta è sbarrata! - C’è qualcuno dentro”. “Apri, apri”.

Ormai le fiamme, altissime per la paglia delle lettiere, avevano investito tutta quell’ala del lungo capannone. La catena dei secchi, subito formata, era inutile: il calore insopportabile non permetteva di avvicinarsi. Il ministro urlò di andare all’estremità opposta del capannone, all’altra porta, e di sfondarla con un palo se era chiusa. Domenico urlava chiamando Agostino. Lo trattenevano. “C’è mio fratello lì dentro! Agostino! Agostino! Agostino! Salvatelo!”

Mentre gli uomini correvano dall’altra parte, il tetto dell’ala invasa dalle fiamme crollò e le fiamme si levarono più alte fra nuvole di scintille, mentre il capannone fu tutto un risucchio improvviso di fuoco, come una lunga andata.

La seconda porta fu trovata spalancata: tornarono indietro a riferire. A dovuta distanza dal rogo, la lunga fila degli abitanti la fattoria, muta, guardava immobile quell’inferno di fuoco. Il ministro avanti a tutti, torvo come il diavolo. Accanto a lui, la moglie stringeva con un braccio Domenico che piangeva disperato.

Quando il guardiano aveva sparato le due schioppettate, Agostino, dentro la stalla, si era svegliato di soprassalto e aveva visto la paglia in fiamme. Non poteva più avvicinarsi alla porta. Aprì svelto il moschettone della catena della cavalla e se la trascinò appresso nella parte opposta della stalla, dopo aver aperto il cancelletto divisorio che la separava dagli altri cavalli. Questi parevano impazziti: scalpitavano e nitrivano tra il fumo, sgroppando. Sempre tirandosi dietro la cavalla, il ragazzo costeggiò la parete per non farsi calpestare e alzò la stecca trasversale di ferro della porta.

Montò a pelo attaccandosi alla criniera e con il piede spinse forte la porta socchiudendola a fatica. Le bestie si buttarono fuori. In quel momento la prima parte del tetto crollò e il risucchio d’aria formatosi con la grande porta aperta aspirò le fiamme che in un attimo invasero completamente il capannone.

I cavalli impazziti galoppavano nella notte e Agostino si stringeva alla morte al collo della cavalla: “Buona, buona bella!” le ripeteva. Il fresco della notte accarezzava il suo volto sudato. Piano piano la cavalla rallentò. Agostino, dolcemente, la fece girare per tornare indietro. Alla paura era subentrato un profondo senso di pace. Vedeva lontano il gran bagliore delle fiamme. Nel silenzio della notte notò il canto dei grilli e il puzzo di sudore della cavalla.

Sul piazzale se li videro venire avanti adagio sbucando dal buio. Domenico gli si buttò addosso ad abbracciarlo; pareva diventare matto. Il ragazzo li guardava sorpreso. Tutti gli stavano intorno. Il ministro si fece largo, gli posò la mano sulla spalla e gliela strinse forte, “Bravo ragazzo. Raccontami come hai fatto”.

Quando il guardiano aveva sparato, Tommaso, uno dei ragazzi del gruppo di Domenico che dormiva all’aperto vicino al remissino della doma, aveva visto l’ombra attraverso lo stradone e allontanandosi di corsa nella notte, e zitto zitto, gli si era messo dietro, mentre sentiva gridare: “Al fuoco, al fuoco”.

Il ragazzo era del paese vicino e quindi, conosceva i posti come le sue tasche. Quando non intravedeva l’uomo, sentiva il rumore del passaggio, lo sfrascare, lo sguazzare: indovinando le varie direzioni gli dava maggior vantaggio allo scoperto per non farsi notare e scorciava le distanze nella macchia. Aveva capito che andava al paese: quando furono vicini, si tolse gli scarponi e si fece più accorto. Lo vide infilarsi in uno degli usci, allora capì chi era.

Alla masseria gli uomini stavano continuando le operazioni di spegnimento: avevano fatto catena e, piano, piano, secchio su secchio, smorzavano le braci e abbattevano con le scuri gli spezzoni ardenti delle travi.

Tommaso arrivò trafelato e si portò davanti al ministro: “Signore! Ho seguito quello che ha incendiato la stalla. E’ Alceo “Scortichino”. L’ho visto bene io con questi occhi! E’ entrato in quella sua stanzaccia in paese, dietro la fontana”.

Con una bestemmia l’uomo urlò al fattore di venire. La catena si era fermata per capire cosa ancora succedeva. “Sellate quattro cavalcature. Tu, Aurelio e Brigantino venite con me. Pigliate gli schioppi! Fate presto!” Si portarono al galoppo serrato fino all’abitato.

“Aurelio e Brigantino dietro alla casa, sparate solo se spara prima lui”.

Il ministro e il fattore si fecero avanti all’uscio: un attimo, poi il ministro con un gran calcio improvviso spalancò la porta malferma, piombò nella stanzetta e si buttò sull’uomo che si alzava su dal lettuccio, abbrancandolo con la gola.

“Fuori, fuori” gli sibilò - “Brutta sporca carogna”.

Lo spinse all’aperto tenendolo sempre saldamente, con un fischio leggero, il fattore aveva riunito i guardiani.

Legarlo, metterlo sulla bardella davanti a Brigantino e ripartire al galoppo, fu solo questione di pochi attimi.

Il cielo andava schiarendosi appena. Gli uomini andavano in silenzio nel lucore incerto dell’alba.

Alla fattoria erano tutti ad aspettarli sul piazzale. L’arrivo di “Scortichino” dette l’avvio ad una serie di contumelie. Ci fu qualcuno che si fece avanti per suonargliela ma il ministro lo ricacciò indietro con un urlaccio. “Chiudilo nel magazzino e guardalo a vista”. Ordinò al fattore.

Salì in casa e si lasciò cadere su una sedia.

La moglie, che fino a quel momento l’aveva aspettato in ansia alla finestra, si sedette accanto.

Il ministro stava pensando a Scortichino, che era cresciuto nella fattoria e che si era voluto vendicare perché lui l’aveva licenziato, quasi un anno prima, per quella faccenda dello stallone.

Quasi parlando tra sé la donna disse piano: “Fa pena! Tutto il suo mondo era qui. Si sarà trovato come sperso, senza lavoro, senza amicizie. Avrà fatto la fame ...”.

L’uomo restava pensoso. Dopo un po’ la moglie chiese: “Che farai ora?” Non rispose. Ormai era giorno.

Dopo un po’ si affacciò uno dei massari: “I capoccia aspettano gli ordini per la giornata”.

“Porta qui Scortichino e fa salire i capi famiglia”.

Alceo Scortichino mostrava davvero di essere solo un povero diavolo. Ignorante come era aveva agito con la certezza di non essere mai preso, ma ora aveva paura. Stava lì vicino al camino con le mani legate, a testa bassa, i poveri vestiti sporchi e consunti, le grosse scarpe aperte e legate con il fil di ferro, la barba lunga di almeno una settimana sul volto scavato e bruciato dal sole.

I capi famiglia erano entrati in silenzio, sorpresi, cappello alla mano ed erano andati man mano ammassandosi quasi a riempire tutta la stanza.

Il ministro parlò a voce alta e dura: ”Scortichino perché hai buttato il fuoco?”

Il giovane rimase a testa bassa in silenzio. “Parla, perché lo hai fatto?”

“Per vendicarti?”

Allora alzò la testa di scatto con gli occhi fattisi cattivi. “Si, non ne potevo più di andare in giro di qua e di la come una bestia. Sempre ad elemosinare un po’ di lavoro e sempre a sentirmi dire di no. Non sapevo più dove andare. E allora sono tornato qui a vendicarmi per tutto il male che mi avete fatto”.

“Lo sai che se ti consegno alla giustizia ti mando per almeno una decina d’anni a macerarti i piedi nelle saline e a bruciartici gli occhi e la gola?”

Il giovane aveva di nuovo chinato il capo e rimase zitto.

“Hai mancato ed è giusto che paghi. Ti faccio, però, una proposta, proprio perché sei cresciuto qui in questa masseria; devi scegliere tu. O alla giustizia o qui, per dieci anni, a lavorare gratis per pagare i danni che hai fatto. Ti sarà passato da mangiare e da vestire e una piccola regalia a Natale.

Dopo i dieci anni, se ti sarai comportato bene, potrai rimanere a lavorare a pagamento. Decidi subito!”

Il silenzio nello stanzone era assoluto ...

“Rimango. Giuro davanti a tutti che non avrete a pentirvene”.

Ad un gesto del ministro, il fattore tagliò col coltello la corda di Alceo Scortichino. I primi capi famiglia stavano girandosi verso la porta quando parlò la Signora: “Ricordatevi sempre e ditelo a tutti gli altri, che Alceo Fortini ora è uno che sta pagando il suo debito e che è di nuovo uno di voi”.

Gli uomini sciamarono fuori.

Il ministro cercò nel tiretto la scatola dei sigari. La moglie gli fu accanto e sorridendo dolcemente gli accarezzò il volto ora un po’ irsuto: “Buona giornata!”.

L’uomo, col cappellone bianco piantato in testa, uscì nel sole.

Ai piedi della scalinata, Agostino, il viso un po’ assonnato, lo aspettava con la cavalla insellata. “Buona giornata, Signor Ministro”. Questi si frugò in tasca e ne tirò fuori il suo coltello a serramanico dal bel manico di madreperla: “Tieni, è per te!”

Montò rapido: “Andiamo, bella!”

Sergio Maria Grossi  - -

 

I DUE RE

 

In una afosa giornata di fine estate tempestata di stelle il solego si accostò guardingo ai campi rigogliosi di granoturco. La  fame l’aveva spinto giù dalle macchie intricate dell’Uccellina bruciate dal sole e dalla siccità. Le pannocchie mature e succulente lo attiravano avidamente così come i filari gravidi di grappoli delle vigne pettinate lungo la costa. Ristette in silenzio fiutando e bevendo gli odori della notte: quindi con forza maligna saziò la fame rabbiosa, con smania distruttrice, abbattendo e spezzando. Nelle ultime settimane da più parti si era lamentata tanta rovina, per cui fu deciso di ricorrere all’intervento di Ivaldo il cacciatore. Era questi un vero figlio della Maremma, cresciuto solitario nelle macchie di fronte al mare: viveva in un vecchio romitorio adattato a ricovero, affogato tra le crepe tufacee di antichi alvei asciutti. Campava rifornendo di cacciagione le trattorie del litorale tosco laziale in tutte le stagioni dell’anno. Alto e robusto con braccia come rami di quercia, irsuto, fiero, libero come lo scirocco, era l’immagine stessa della Maremma. Aveva già saputo dei danni provocati qua e la da un cinghiale enorme  - gli avevano detto -, nero come l’inferno e con zanne paurose. Appariva e spariva come un fantasma, spezzava i recinti delle porcilaie, sconvolgendo i campi coltivati, disperdendo le piccole greggi come un gene impazzito. Ivaldo, nella durezza di un carattere rude e scontroso, si ribellava al pensiero che sul suo territorio di caccia un cinghiale potesse agire in maniera così spavalda e sprezzante quasi a beffarlo. Il pensiero di questo affronto lo arrovellava, roso dalla rabbia ingigantita nella solitudine e nel silenzio pesante della macchia. Cominciò così a dargli la caccia, appostandosi di notte presso le abbeverate, rastrellando le culture della costa, studiando i passi, i sentieri tra le vigne alla ricerca delle orme seguendo il litorale sulle dune di sabbia. Il cane era con lui, ma appariva incerto, come sorpreso per quel tipo inusuale di caccia che non riusciva  a capire: quando avvertiva una qualsiasi emanazione il padrone lo richiamava subito accanto a sé. Col passare dei giorni, una volta aveva trovato le tracce sul guado dell’Arrone e le aveva seguite fino a notte per poi perderle sulle pietraie del Lamone. Un altro giorno le aveva trovate, inconfondibili, tra le vigne lungo la costa, ma erano vecchie  e non valeva la pena insistere su di esse. Le ritrovò, poi, presso il fontanile grande sulla piana sotto la Macchia Grande e le seguì per una giornata intera sperando di arrivargli addosso: infatto nel tardo pomeriggio vide balenare un ombra fugace tra i cespugli radi di marruco, fuori tiro. Ivaldo era ossessionato ma allo stesso tempo avvinto da quella contesa irrinunciabile che lo possedeva. Ancora una volta le trovò tra gli speroni tufacei del basso monte, ma il solengo sfuggì alla sua fucilata rabbiosa buttandosi nel fosso profondo per risalire sull’erta opposta, lontano. Poi una mattina, quando il respiro dell’alba andava increspando il mare e io primo chiarore cominciava a scolpire lieve le cose, radendo ogni pur minimo rilievo, scoprì nette sul bagnasciuga le impronte pesanti, inconfondibili, divaricate di un maschio enorme. Il cane, annusandole, drizzò il pelo e  mugolò digrignando. Cominciarono a seguirle: andavano sempre dritte lungo la costa entrando e uscendo dalla sabbia bagnata dalle piccole onde rincorrenti. << ha pascolato tutta la notte e adesso è andato a riposare >> pensò Ivaldo << è davvero un diavolo vecchio e smaliziato >>. Prese di tasca un pezzo di spago e lego il cane, fissandone un capo alla cinghia dei pantaloni. Proseguirono assorti in silenzio, fissi alle orme, con il tombolo sempre largo sulla destra. A un cerro punto le tracce tagliavano dritte dentro il tombolo in parte coperto da una bassa vegetazione rinsecchita dal sole di quella lunga estate. Si fecero più accorti man mano che proseguivano sul terreno fattosi ora più aspro: le tracce si dirigevano dentro una stretta spaccatura, quasi una crepa dalle scoscese pareti tufacee. Ivaldo conosceva quel posto per esserci stato altre volte a caccia di istrici e sapeva che la fenditura non era molto profonda e terminava in una tagliata netta come la parete di una diga, per cui l’imboccatura della crepa era l’unica uscita. Legò il cane ad un ligustro e raccolse un fascio di arbusti secchi che ammucchiò all’imboccatura, poi appiccò il fuoco. Le fiamme si spinsero all’istante nella fenditura ingombra di arbusti spinosi che s’infiammarono crepitando, alimentati dalla brezza mattutina proveniente dal mare. L’uomo si piazzò a una decina di passi col fucile alla spalla. Ed ecco apparire all’improvviso in una visione d’inferno, tra il fumo e le lingue di fuoco, il solengo, enorme, mostruoso, come scaturito dalle viscere infuocate della terra: a testa bassa, con le zanne spiccanti bianche sul nero del muso nella bocca bavosa spalancata, in un silenzio assurdo e irreale. Ivaldo sparò e il cinghiale cadde in ginocchio dritto in avanti con la testa tra le zampe. Il cane, alla botta cominciò ad abbaiare furioso. L’uomo si sentì d’improvviso come svuotato e si accostò guardingo al solengo abbattuto: piano si accosciò per guardare da vicino quelle zanne spaventose. In quell’istante, nell’ultimo spasimo della morte, la testa scattò in alto squarciando la gola di Ivaldo. Verso sera, per i disperati latrati del cane, vennero ritrovati così, riversi l’uno sull’altro come abbracciati, mentre il rosso del tramonto incendiava il mare, accarezzando con lingue di fuoco quei Due Re della Maremma.

Sergio Maria Grossi  - -

LA DOMA

 

Un’estate verso la fine dell’ottocento, in Maremma. Sull’aia della tenuta del Marchese erano già quaranta giorni che si trebbiava e gli uomini non ne potevano più.

Lo scirocco si levò improvviso, di pomeriggio, forte e caldo piegando la macchia. L’aia diventò un inferno di polvere, di pula pungente e accecante nel turbinìo della paglia. Gli uomini si misero al riparo come meglio potevano dietro la tettoia di canne sotto la quale dormiva la notte. Ma i guardiani arrivarono con le cavalcature poco dopo, guidati dal fattore. Urlavano e pungolavano gli uomini con mazzarelle spingendoli di nuovo nell’aia a continuare il lavoro. I recalcitranti venivano colpiti con la parte sottile dei bastoni come se fosse vaccine.

Come Arcangelo sentì sulla faccia il bruciore della sferzata, si buttò addosso alla cavalcatura non vedendo altro che quell’uomo nero diritto sulle staffe, il cappello bianco e il bastone alzato ancora a colpire. Mentre lo afferrava per la ciocca e lo tirava giù, il cavallo scartò aiutandolo a sbalzare il fattore dalla bardella (Sella maremmana). Nella bolgia di polvere e di pula, tra le urla dei guardiani, le imprecazioni dei braccianti, il nitrito dei cavalli, si rotolavano avvinghiati senza riuscire a darsi un solo colpo: pochi attimi e gli furono tutti sopra con una grandine di colpi. Li separavano schiumanti. Il fattore, più che gridare, biascicò: “Via, ti caccio via. Vattene. Trovati un altro lavoro”. Arcangelo rispose con una imprecazione. Lento, si diresse alla tettoia, staccò la giacchetta e se ne andò per lo stradone. Poco dopo, le cavalcature lo sorpassarono e dovette buttarsi allo steccato. Si diresse al paese. Andò dritto alla Caserma. Il brigadiere, vecchio maremmano, quando se lo vide davanti capì subito che qualcosa era andata storta. L’aveva visto crescere, lo aveva guidato e corretto come un padre, dato che Arcangelo il padre non l’aveva.

Anche se alla notizia si sentì ribollire dentro, comunque lo riprese severo. Prima di andarsene, il giovane, con tono sommesso, pregò il brigadiere di salutargli Luigia, la figlia di Rinaldo della Muscetta. “Per piacere, ditele che tornerò per la festa di S. Attanasio, e che allora le devo parlare”. - “Che vuoi dire? Ti ci sei fidanzato? E vai via così? - “Beh, proprio fidanzato no”. Arcangelo era impacciato e non sapeva come cavarsela sotto lo sguardo serio del brigadiere. “E’, che qualche volta le ho fatto dei complimenti. Lei rideva contenta. Poi ho visto che parlava con le sue amiche, mi guardavano ... ridevano ... insomma penso che forse le piaccio”.

Per alcuni mesi Arcangelo girò i poderi e le tenute offrendosi per domare i cavalli bradi. Era un lavoro richiesto, se veniva fatto a dovere. Il ragazzo se la cavava bene, sapeva venire al tratto energico quel tanto di dolcezza che ammansiva le bestie senza rovinarle. Passarono alcuni mesi. La festa di S.  Attanasio si avvicinava e Arcangelo non vedeva l’ora di tornare. In una buona occasione aveva comperato una cavalla ed aveva messo da parte un discreto gruzzolo. Aveva acquistato, anche, per Luigia un grande scialle nero ricamato a rose rosse. Sognava ogni istante il momento di vederla. Avrebbe gradito il dono? Se avesse preso lo scialle avrebbe significato che lo accettava come fidanzato. Era certo che sarebbe andato tutto così e si ripeteva la scena cento volte nella mente.

Arrivò al paese, la sera prima della festa, sull’Ave Maria, dritto a cavallo, col cappello bianco nuovo, come quello del fattore. C’era l’animazione della vigilia, c’erano i festoni di ginestre e felci intrecciate, le bandierine e i lampioni colorati. La piazza era piena di gente. Il brigadiere, che lo aspettava, lo vide subito venire alto sul cavallo e gli andò incontro. Si strinsero forte la mano, senza parlare, sorridendosi. Quindi il vecchio maremmano lo guidò alla Caserma proprio lì vicino.

Entrarono lasciando fuori il mormorio della folla e le grida festose dei bambini. Salirono quei quattro gradini per andare alla stanzetta del brigadiere.

Lì c’era Luigia, sola, seduta davanti il tavolino, le mani in grembo. Pallida, gli occhi belli tristi da morire, come scavata, invecchiata, dimessa. Sorpreso, Arcangelo ristette sull’uscio senza entrare. Le sorrise senza saper parlare, il brigadiere prese subito in mano la situazione. “Vedi, Arcangelo, Luigia è qui e ti può dire che le ho fatto subito la tua ambasciata. Però è successo un guaio grosso. Poco dopo che tu eri partito, e lei lavorava laggiù per il marchese, il fattore l’ha pestata di botte e l’ha fatta sua. C’è riuscito una volta sola, ma è bastato. L’ha messa incinta. I suoi non sono riusciti a sistemare la cosa col fattore, che è come dire rompersi le corna con il marchese, e allora non vogliono la vergogna in casa; volevano farla abortire dalla “mammana”. Lei non ha voluto e così hanno deciso di cacciarla via. Se non l’hanno fatto finora è perché mi ci sono messo di mezzo io. Ma ormai non so più nemmeno io cosa fare. Mi dispiace di averti rovinato il ritorno e la festa, ma era giusto che tu sapessi tutto, perché Luigia quando le parlai di te, mi rispose che era contenta e che ti avrebbe aspettato”.

La luce della lanterna colpiva il viso del giovane come una maschera di pietra e accarezzava il profilo della ragazza che, a testa china, piangeva in silenzio. Si udiva solo lo stoppino e il respiro pesante dei due uomini. Arcangelo si sentiva scoppiare le vene della testa, non riusciva a capacitarsi; tutto era capitato così in fretta. Ma perché proprio a quella povera creatura? Ma perché proprio a lei? E i suoi sogni? E quello che aveva sperato per tanti mesi e gli aveva fatto compagnia nella solitudine del suo girovagare ? E adesso?

Improvviso, il pensiero gli andò al fattore. Ah, brutto porco, non era bastato quello che aveva fatto a lui e, da sempre, a tutti quei poveri diavoli dei braccianti! Se l’era presa pure con una donna? Si sentiva scoppiare. Adesso l’avrebbe sistemato lui. Di certo doveva aver fatto qualche rumore con la bocca o con la gola mentre pensava questo, poiché la ragazza alzò la testa e il brigadiere, che era voltato di spalle, si girò. Videro il suo sguardo stravolto e cattivo. Luigia giunse le mani e, per la prima volta, parlò: “Per carità, per amore di Dio, non ti devi rovinare per lui. Ha già fatto tanto male a me! Non ti rovinare!”. Arcangelo, pur frastornato, notò la dolcezza della voce, d’istinto allungò la sua manona in una lievissima carezza che le sfiorò i capelli. Uscì rapido. Fuori era già notte.

Le povere strade deserte apparivano ora strane con la loro aria di festa spenta e lontana. Uscì lento dal paese dalla parte in cui era entrato, a piedi, tirandosi dietro la cavalla. Appena fuori la mise al trotto e fece un giro molto largo per portarsi dietro la fattoria del marchese, per non farsi vedere anche se era lontana dall’abitato. La sorpassò e, giunto un chilometro circa più giù, sulla grande aia circondata dagli enormi pagliai, appiccò il fuoco.

Le fiamme si alzarono in un baleno rischiarando a giorno il campo. Arcangelo tornò indietro facendo ancora un rapido giro. Lasciò il cavallo al riparo dei primi alberi della macchia e si avvicinò piano alla fattoria. Si udivano grida concitate, richiami: vide gente che correva verso l’aia e il fattore, col grande cappello bianco, che urlava a tutti di far presto. Aspettò che rimanesse solo: sapeva bene, per averlo conosciuto, che la sera era solito bere di più e che nemmeno un terremoto lo avrebbe potuto far muovere. Quando vide che era rimasto solo, si mosse sicuro allo scoperto con il coltello aperto in mano, non curandosi di attutire i passi. Il fattore si girò per gridare ancora un ordine a quello che credeva un suo uomo, ma la voce gli si fermò a mezzo, vide quello sguardo sicuro e cattivo e vide il coltello. Cercò di scappare ma il giovane gli fu sopra; torcendogli un braccio dietro le spalle, gli ficcò il coltello sopra il naso. Senza una parola lo spinse verso il recinto della doma. Rapido staccò da uno dei paletti una capezza, con gesto reso sicuro dalla pratica gliela infilò in testa a cappio, come i cavalli, e tirò forte. Con uno strattone lo buttò a terra, mise in tasca il coltello e raccolse la lunga frusta. “Via! Al giro! Al giro!”. Piazzata vicino allo staccione (Palo biforcato fissato al centro del recinto della doma), costrinse a frustate il fattore a correre lungo la staccionata all’interno del recinto dando continui strattoni alla capezza dolorosamente fissata su quel muso vigliacco. L’uomo sotto le sferzate correva pesante sulla sabbia alta che rendeva più faticoso l’andare. Cadeva, si trascinava, era costretto a rialzarsi a frustate, sgrugnava, bestemmiava, ma doveva correre. Arcangelo urlava: “Sei una bestia, fattore, sei sempre stato una bestia con tutti, a cominciare da me. Ti senti uno stallone, vero? Lo hai voluto fare con Luigia, vero? E allora io ti tratto come una bestia e ti domo come domo gli stalloni. Così! Al giro! Bello! Al giro!” e giù frustate. La luna rendeva la scena livida ed irreale. Doveva fare presto: qualcuno poteva tornare. Strinse allora il fattore allo staccione, facendolo su con la corda della capezza.

Il viso del fattore era ora costretto, appiccicato al palo come veniva fatto con i cavalli: come loro ansimava, sudava, e sbavava.

“Adesso ti taglio i garretti” sibilò ancora Arcangelo, “Così striscerai per sempre come quel serpe che sei”. Tirò fuori di nuovo il coltello, gli sgarrò i calzoni sul dietro: ma un fischio leggero lo fermò.

Si avvicinò all’ombra che si intravedeva presso l’uscio di una delle casette vicine, sapendo ora che il brigadiere era lì e lo chiamava. Il vecchio maremmano parlò adagio e a bassa voce: “Le bestie non si sgarrettano, amico mio. Caso mai, se sono bestie del marchese, si marchiano”.

Quindi, calmo, entrò un attimo nella casupola e tornò con i marchi roventi che aveva già prima messi sul fuoco.

Arcangelo ghignò prendendoli.

Tornarono insieme al paese, facendo ancora un lungo giro.

I cavalli camminavano appaiati, rintestati, come dicono i butteri. Non una parola. Il brigadiere pensava con soddisfazione che la storia del fattore marchiato sulle natiche e sull’onore avrebbe presto fatto giro delle maremme. Arcangelo pensava solo a Luigia: l’episodio del fattore era per lui ormai lontano e finito.

Giunsero sulla piazza deserta che l’alba era vicina. La brezza agitava lieve le criniere dei cavalli e faceva oscillare i festoni di S. Attanasio.

“Naturalmente tu sei stato con me tutta la notte qui in caserma” disse il brigadiere, “Adesso che farai?” - “Per piacere buttatemi dal letto il prete, prima che  faccia giorno. Voglio che mi sposi subito con Luigia, e poi ce ne andiamo via, lontano da qui, per sempre. Ho pensato che ha fatto bene a volersi tenere il bambino, perché è solo carne sua, come la mia povera madre con me. E poi non voglio che quella creatura cresce senza padre, da bastardo, come sono stato io!”.

L’uomo lo guardò dritto negli occhi e, senza parlare, smontò. Richiamata dal rumore degli zoccoli sul selciato, Luigia apparve sulla porta della caserma: dopo la pena e l’ansia della nottata, era contenta vedere che erano tornati insieme.

Arcangelo scese da cavallo. Tirò fuori dalla tasca della sella l’involto con lo scialle e, avvicinandosi alla ragazza, lo spiegò.

Quella lo vedeva venire avanti con lo scialle aperto e non capiva. Sentiva solo tanta voglia di piangere. Arcangelo le aggiustò lo scialle addosso; la sentì tremare lieve.

“Copriti, fa un po’ fresco” - disse piano, poi le prese la mano: “Vieni con me. Andiamo in chiesa”.

Sergio Maria Grossi  - -

I TOMBAROLI

 

Nel buio della notte, dentro la macchia, là presso il limitare delle stoppie, gli uomini scavavano la trincea alternandosi a due a due nella fatica, penetrando sempre più a fondo nel fianco della collinetta coperta dalla vegetazione.

Non parlavano, non fumavano: si sentiva solo il rumore dei picconi e delle pale. Lavoravano alla luce fioca di una lanterna coperta di carta oleata.

Già da alcuni giorni avevano localizzato la tomba: uno di loro aveva la facoltà di sentirla, così come qualcuno ha il potere di avvertire l’acqua o i metalli sottoterra.

Avevano provato a sondarla con un lungo “spiedo” per saggiarne la profondità e l’ampiezza, ma non erano riusciti a niente. Era necessario solo scavare in linea retta, dritti dentro la collinetta con la speranza di trovare la trincea antica ricavata nel tufo, quindi seguirla trasversalmente per raggiungere l’ingresso posto sempre a guardare il tramonto del sole.

La fatica era grande e lunga: già da tre notti scavavano nascondendo al mattino la loro opera sotto le frasche. Di giorno prestavano la loro opera come braccianti, di qua o di là, a seconda delle richieste.

La miseria era tanta, le famiglie numerose con tanti bambini da sfamare. Ogni volta che trovavano una tomba speravano fosse quella buona, ma i risultati erano stati sempre modesti, i guadagni poveri e in gran parte frodati dal mediatore.

Quella su cui lavoravano era una tomba diversa, sempre che veramente lì ci fosse una tomba!

Ma Ernesto, l’uomo che sentiva, giurava e spergiurava di non sbagliare.

Quelle precedenti erano meno profonde, alcune addirittura poco interrate: spesso erano già violate ed i poveri vasi erano trovati rotti, sbattuti a terra da antiche mani deluse.

Stavolta era diverso, ed i cinque uomini lavoravano sodo, in silenzio, tergendo il loro sudore con la speranza.

Arrivarono alla trincea etrusca scavata nel tufo: dunque Ernesto aveva ragione! La tomba c’era! Chi sa se era intatta?

Qualche sorsata di vino ed il lavoro riprese più accanito, più deciso. Arrivarono alla grossa pietra d’apertura posta ad incastro. Misero i picconi a leva cercando di smuoverla a strattoni: non veniva. Provarono ad allargare la fenditura alla base: lavoravano male per la ristrettezza della trincea. Fu necessario scavare ancora per allargarla. Ci si misero in quattro con i picconi a leva: pian piano la pietra si mosse, si svincolò dal cemento dei secoli, scivolando pian piano verso l’esterno.

Le stelle nel cielo cominciavano ad impallidire: si sentiva nella macchia il fremito del nuovo giorno e la vita che si svegliava. Quegli uomini, rotti dalla fatica, dai disagi, erano invasi ora da un senso mistico di timore e di gioia: stavano per entrare in un mondo antico, inviolato, arcano e ne avvertivano il fascino e la riverenza.

Andrea, il capo, entrò per primo dopo aver lasciato per qualche minuto che l’aria fresca della notte penetrasse all’interno della tomba chiusa da secoli.

Sgusciò dentro, seguito immediatamente dagli altri e tenne alta la lanterna cui aveva tolto la carta oleata.

Rimasero sorpresi nel vedere che non era una tomba vera e propria, non aveva i basamenti scavati nel tufo su cui venivano deposti i defunti; l’ambiente era piuttosto grande, di forma circolare, con un’ara nella parte posteriore. Capirono subito di aver trovato uno di quei templi sotterranei di cui avevano sentito a volte parlare. Trovarono i vasi e le terrecotte votive: soprattutto furono colpiti dalla bellezza di un grosso vaso posto sulla parte destra dell’ara: era una grande anfora, dipinta a fasce con scene di guerra, con carri e cavalli. Nella parte inferiore portava rappresentati animali marini, nell’ultima fascia - quella superiore - animali mitologici. Era meravigliosa! E gli uomini esultavano per la scoperta. Doveva valere moltissimo. Finalmente avrebbero guadagnato un bel gruzzolo tenendo conto anche di tutti gli altri vasi trovati. Stavolta la fatica era stata ripagata.

Si davano gran manate sulle spalle, ridevano contenti, allentando la tensione, fino a quel momento trattenuta, con battute scherzose intercalate da sonore bestemmie. Bisogna far presto!

Staccarono con molta precauzione i vasi dalla terra che dopo tanti secoli li cementava: li deposero piano in grandi panieri; quindi, usciti all’aperto, interrarono la trincea e ricoprirono ancora con frasche.

All’orizzonte, dietro i monti, le prime luci annunciavano il giorno. Depositarono tutto nella stalla di Ernesto, una grotta fuori dell’abitato. Nascosto da una botte c’era un corto passaggio che portava ad un grottino: lasciarono tutto lì, anche gli arnesi di scavo.

La sera stessa, dopo cena festeggiarono a casa di Andrea con una buona bevuta: non parlavano altro che del vaso grande, anche se tutti gli altri erano dipinti pregevolmente.

Lo avrebbero pagato bene a Grosseto, a Pisa o addirittura a Roma. Preoccupazione la dava invece l’intermediario. L’unica persona che in quel piccolo paese finora li aveva aiutati a smerciare i reperti etruschi era una lercia figura di benestante che arricchiva dando a strozzo i soldi a quei poveri contadini. Presi dal bisogno, costretti dalla fame o dalla malattia a chiedere un prestito, nell’impossibilità di far fronte alla restituzione a tassi enormi, si vedevano togliere quei pochi pezzi di terra che possedevano. Aveva buone conoscenze in città, era amico di Signori che invitava a casa sua per grandi cene: scapolo di una certa età, non disdegnava di fare la corte alle mogli dei giovani amici cittadini.

Finora i tombaroli si erano rivolti a lui per lo smercio dei “cocci”, anche se ciò era costato loro la perdita di almeno la metà del ricavato! Ma non esisteva, purtroppo, una diversa soluzione. Tra l’altro, quasi tutti del gruppo avevano debiti con lui per cui spesso addirittura l’intero ricavato finiva nelle sue tasche!

Stavolta che avevano davvero trovato un “tesoro” come dicevano loro, non volevano affidarsi a quel ladro: magari avrebbero aspettato, avrebbero cercato, attraverso conoscenze di entrare a contatto con qualcuno di città. Ma dovevano essere molto prudenti. I Carabinieri li conoscevano e vigilavano con molta attenzione!

Passarono alcuni giorni. La loro vita di lavoro trascorreva come di solito, ma a quell’impiccione del sacrestano, avvezzo a non farsi gli affari propri, non sfuggivano certi sorrisi soddisfatti, certi atteggiamenti un po’ più sicuri giù all’osteria.

Capitò che proprio a uno del gruppo in quei giorni doveva partorire la moglie e gli occorrevano un po’ di soldi per l’ostetrica, il corredino ...: fu costretto a rivolgersi all’usuraio. Questi non voleva concedere il prestito a causa di un vecchio debito non ancora saldato e allora all’uomo sfuggì che presto, sicuramente, in modo assoluto, avrebbe messo tutto alla pari. Non ci volle altro a quel vecchio sciacallo per metterlo in curiosità, ma l’uomo capì di essersi tradito e biascicò un motivo di eredità.

La sera stessa, sul tardi, lo strozzino andò a casa di Andrea e vi trovò anche Ernesto. Attaccò subito deciso chiedendo di vedere il bottino. A nulla valsero i dinieghi e gli spergiuri. Alla fine Andrea pensò che tanto valeva anche per quella volta affidarsi a quel ladro, che, almeno, fino allora non li aveva traditi. Lo condussero alla stalla. Ma il sagrestano aveva già notato la visita a casa del tombarolo e, non visto, era rimasto ad aspettare. Lì seguì, prudente, alla stalla di Ernesto.

La vista del tesoro impressionò l’usuraio. Fu colpito soprattutto dal grande vaso. Promise che avrebbe fatto vendere tutto a prezzi buoni, che lui non si sarebbe tenuto niente del ricavato, purché gli avessero dato il vaso. Ma Andrea su questo punto fu deciso: assolutamente no, doveva essere venduto tutto ed il sensale avrebbe avuto la parte. Lo strozzino giurò che addirittura avrebbe annullato anche i debiti di tutti gli appartenenti al gruppo, ma non ci fu niente da fare e andò via furibondo.

Si deve pur capire l’accanimento di Andrea nel difendere l’integrità del “tesoro”, in quanto molto difficilmente una tale fortuna si sarebbe potuta ripetere, tanto più che la tomba scavata non si trovava nel loro territorio, ma in una zona in cui operava la banda dei tombaroli del paese vicino. Molti anni prima, per evitare contrasti, i gruppi di tombaroli di vari centri si erano divise le zone di attività, ma gli sconfinamenti erano frequenti anche per il fatto che alcune zone erano più ricche di tombe delle altre.

Ormai era trascorsa una settimana e la faccenda cominciava a scottare: poteva esserci qualche confidenza, la storia poteva trapelare. Questi timori, infatti, non erano infondati in quanto i tombaroli della zona violata avevano trovato, nelle loro continue ricerche, lo scavo recente e avevano fatto in modo di mettersi in contatto con la persona che notoriamente era a conoscenza di tutto quello che avveniva nel villaggio: proprio con il sagrestano.

Il capo di quei tombaroli era un giovane, alto e robusto come una quercia, detto appunto “Quercietto”: messo a conoscenza del movimento notato presso la stalla di Ernesto, decise con i suoi compagni di entrarvi quella notte stessa.

Trovarono il tesoro e si portarono via tutto.

Intanto, però, lo strozzino, deciso a vendicarsi, aveva avvertito i Carabinieri con un biglietto anonimo; ma arrivarono troppo tardi, non trovarono nulla e non poterono incriminare né Ernesto né Andrea.

I tombaroli erano per i campi, al lavoro, e seppero della notizia della perquisizione dei Carabinieri soltanto alla sera, con la novità, altresì, che del “tesoro” non c’era più traccia.

Non ci volle molto a capire che con i Carabinieri li aveva traditi l’usuraio e che il bottino se l’era portato via il gruppo del Quercietto.

Erano avvelenati dalla rabbia: vollero vendicarsi dello strozzino; gli mandarono nuovamente il marito della partoriente perché chiedesse ancora una volta il prestito e dicesse che avevano trovato una nuova tomba, che, da come si presentava, doveva essere ricca come l’altra. Lo invitava quindi, a partecipare all’apertura così avrebbe potuto pretendere una giusta parte del bottino.

L’avidità, oltre al candore di quel povero bracciante, fecero dimenticare all’avaro la dovuta prudenza.

Per la trappola avevano scelto la tomba ricca che avevano da poco scavato: la trincea era stata vuotata alla meno peggio, avevano posto come una specie di baldacchino con palanche proprio sull’imboccatura.

Lo strozzino vi fu accompagnato a notte fonda, per vie traverse dallo stesso bracciante: alla luce fioca della lanterna vide gli uomini che si affaticavano intorno alla pietra dell’apertura, sentì le sommesse esclamazioni di trionfo. Spinse allora per entrare anche lui: la lanterna si spense - ricevette uno spintone che lo mandò lungo disteso: rimase all’improvviso solo, sentì il rumore della frana che chiudeva la tomba.

Urlò come un pazzo, sentendosi sepolto vivo. Pianse, bestemmiò, pregò, urlò di terrore e di disperazione, grattando la terra con le unghie.

Nessun suono: solo il rantolo della sua angoscia; il sudore lo accecava, sentiva mancarsi il respiro. Urlò di nuovo tutta la sua disperazione.

Accasciato a terra, il viso tra i sassi sentì ad un tratto un raspare, uno spicconare, gridò aiuto. Gli rispose una voce di incoraggiamento. Riprese a grattare la terra, rideva convulso. Non ricordò mai quanto durò l’attesa, alla fine sentì che lo spalare era vicino, gridò chi fosse. Era il bracciante.

Continuò a scavare con le mani spellate e le unghie spezzate.

Uscì dallo stretto buco a stento, tirato fuori per le mani dal tombarolo. Lo abbracciò piangendo: lo avrebbe ricompensato, gli avrebbe dato i soldi, gli cancellava i debiti, tutto.

L’uomo appariva spaventato: quasi non lo ascoltava; si preoccupava di coprire bene il buco, di tappare lo scavo che aveva fatto per liberarlo. Disse che era tornato perché non voleva sentirsi un assassino come gli altri, ma che, per carità, non dicesse mai a nessuno che era stato lui a salvarlo. Lo strozzino giurò e rigiurò sulla tomba di sua madre. Arrivarono a casa: lo fece salire, gli dette i soldi, gli strappò le carte di debito.

Quando il bracciante scese, dietro il veicolo si trovò di fronte Andrea e gli altri. “Com’è andata?” “Tutto bene! Ha preso una paura che non se ne dimenticherà più. Adesso ha più paura di voi che del diavolo”. “Bravo. Hai recitato benissimo”.

Si trattava di sistemare la faccenda con il “Quercietto” e con i suoi. E bisognava far presto se no il “tesoro” poteva sparire!

Era una cosa da fare a viso aperto perché l’affronto subito era troppo grande!

Rientrato presto dai campi, nel primo pomeriggio, Ernesto beccò il sacrestano nell’orto della canonica: qualcuno in paese l’aveva visto parlare con il Quercietto e aveva riferito.

Se lo trascinarono dietro fino al paese vicino.

Qui lo mandarono ad avvertire il tombarolo che si presentasse con i suoi, per un chiarimento, vicino ai remissini alle spalle della Chiesa.

Era l’ora dell’Ave Maria. L’aria tiepida profumava di fieno. Le rondini basse, si rincorrevano in pazzi girotondi.

Il Quercietto si presentò con i compagni.

I due gruppi di uomini si fronteggiavano con la rabbia ed il coraggio della loro miseria.

Andrea gridò la vergogna del furto, l’altro rinfacciò la violazione.

Nominarono solo il vaso grande, quasi il resto del “tesoro” non esistesse. Andrea chiese la restituzione di tutto. Il Quercietto, al massimo, poteva restituire la metà dei vasi, ma quello grande, no!

Ormai urlavano solo insulti e minacce: gli uomini assistevano in silenzio.

Il sagrestano, intanto, era corso a chiamare il prete e, alla svelta, gli spiegò tutto: disse che stavano per ammazzarsi, presso le stalle dietro la Chiesa e che la colpa era del vaso grosso.

Il prete era maremmano e sapeva agire alla svelta: mandò di corsa il sagrestano dalla moglie del Quercietto a prendere quel maledetto vaso, lui intanto correva alle stalle.

Arrivò che i due capi si fronteggiavano con i coltelli alla mano.

Gridò la sua riprovazione, lì ammonì con il pensiero della famiglia, si mise nel mezzo.

Gli urlarono di levarsi, ciechi e sordi ad ogni appello: ormai il sangue era montato loro alla testa; ma il prete sapeva ancora come fermarli. Cercò di guadagnare qualche istante sbracciando tra loro finché, finalmente non arrivò il sacrestano con il vaso grosso.

Questo fatto li sorprese; ristettero un attimo.

Allora il prete prese il vaso, lo alzò verso i contendenti: “Per questo coccio volete ammazzarvi e far crescere i vostri figli senza padre! Meglio poveri con il padre che ricchi e orfani! Siete due pazzi, ciechi e pazzi! Allora vi faccio vedere io come si fa a finirla!” Sbatté per terra con violenza quell’opera mirabile mondandola a pezzi e calpestò con rabbia i frammenti disseminandoli a calci qua e là.

Andrea, il Quercietto, i tombaroli erano rimasti allibiti, tanto rapido e imprevedibile era stato il gesto del prete. I coltelli si abbassarono ormai inutili.

La notte calava il suo sipario su quella povera gente che nella miseria e negli stenti soffriva giorno dopo giorno il proprio eroismo.

Sergio Maria Grossi  - -

 

IL MAGO E LA STREGA

 

Al limitare della macchia dell'Amone, su una corta cresta tufacea si allungava il paese in un'unica doppia fila di case mentre intorno si sciorinavano,  aggruppati come pecore, le stallette e le chiuse delle bestie.

La vita che vi si svolgeva era quella usuale di quelle comunità rurali del fine '800: lavoro massacrante, miseria, ignoranza, gelosie, invidie, maldicenze.

In quell'ambiente di grettezza e superstizione vivevano, come in una favola, due strani personaggi, diversissimi tra loro, Teresio il mago e Adalgisa la strega. Almeno così li nominavano, sottovoce, i paesani.

A dire dei più, Teresio era buono e Adalgisa cattiva, o meglio, a Teresio ci si rivolgeva per ottenere qualcosa a fine buono mentre ad Adalgisa si chiedevano, nel più assoluto segreto e sempre di nascosto, cose cattive.

Che cosa erano le cose buone e le cose cattive?

Le cose buone potevano essere la liberazione da un malocchio, o la richiesta di una protezione, l'accomodatura di una smossa muscolare, qualche unguento lenitivo, una formula propiziatoria, degli "abitini" da portare addosso  contro le calunnie e le invidie e così via. Le di­stingueva il fatto che i rituali dovevano essere accompagnati da invoca­zioni sacre, contornate da segni di croce, da baci alle Corone  del Rosario...

Invece, le cose cattive che venivano richieste all'Adalgisa erano soprattutto fatture d'amore, maledizioni, come poter far del male a qualcuno per vendetta o per gelosia o per invidia: pratiche queste che comportano rituali strani, crudeli e paurosi. Ovviamente, questi due personaggi erano temuti e rispettati e con queste loro attività avevano raggiunto l'agiatezza alle spalle della credulità dei paesani.

 

Ma, a dire proprio la verità, non tutto quello che facevano era im­broglio o sfruttamento della superstizione o dell'ignoranza di quella povera gente!

C'erano cose e succedevano cose che non erano spiegabili e che lascia­vano perplesso anche il curato, il quale non aveva altro rimedio se non la fede e il pentolino dell'acqua santa.

In effetti, Teresio aveva il suo bel daffare a tamponare i guai che attribuivano ad Adalgisa, recitare orazioni, a biascicare, storpiandole, antiche formule magiche, a distruggere, con lunghi rituali notturni, vari oggetti creduti portatori di malaugurio.

Ovviamente questi due personaggi si odiavano a vicenda, ma con un certo timore l'uno dell'altro; infatti ognuno costituiva ostacolo alla carriera dell´altro.

Parecchie volte l'Adalgisa gli aveva mandato i suoi anatemi, ma Teresio era sempre riuscito a parare i colpi quasi avesse una specie di protezione e di copertura.

Dalle chiacchiere delle comari al fresco sugli scalini dei profferli o nei discorsi degli uomini all'osteria, uscivano fuori storie fantasti­che come quella di Nando il carrettiere che giurava e spergiurava di quella notte di pioggia che sulla strada del Fondaccio gli si era azzoppata la cavalla con un carico di legna sul carretto e che si era viste vicino l'Adalgisa che gli diceva di non disperarsi e che si era inginocchiata nel fango vicino alla cavalla e si era messa a massaggiare la parte spezzata sopra lo zoccolo e l'aveva intesa bofonchiare orrende e sacrileghe invocazioni e che poi si era rialzata e che la ca­valla non aveva più il piede spezzato.

O come quando Peppe "Ranocchietta" si era rivolto a Teresio perché gli salvasse il somaro che gli stava male e Teresio aveva "segnato" il somaro con tanti segni di croce sulla pancia e sulla gola e dopo aver­gli messo intorno al collo una fettuccia azzurra l'asino aveva rigettato filo di ferro aggrovigliato.

E le tante chiacchiere su queste lotte clandestine, infiorate e ingigantite a dismisura nei vari passaggi da bocca in bocca, mandavano in bestia il buon curato che poi, in confessionale, doveva sentirsele ripetere cento  volte da quelle donnette quasi che queste, invece di confessare i propri peccati, sentissero il dovere di confessare quel­li dell'Adalgisa.

Non che meritasse qualcosa di buono!

Anzi, era veramente una donna maligna, avida, senza scrupoli, pron­ta ad imbrogliare, frodare, fare del male a chiunque pur di fare soldi. E il suo aspetto non era da meno: metteva impressione per quel suo viso di vecchia megera, scarna, spettinata, lercia, dagli occhi sporgen­ti, gelidi, crudeli.

Se le chiedevano di fare del male a qualcuno, usava ogni mezzo che l´antica tramandata esperienza poteva consentire. Abitava in una caset­ta quasi in mezzo al paese; ma l'ingresso era di dietro, dalla parte dei rimessini, con un piccolo orto incolto.

Le persone che volevano ricorrere a lei, anche dei paesi vicini, lo facevano la sera, al buio, per non farsi notare e di notte, tutte le notti, la finestrella dell'orto rimaneva illuminata.

Si dicevano tante altre cose su di lei: che una notte l'avevano vista che con altre streghe ballava sotto il noce secco di Pian del Convento girando intorno al fuoco; che una volta le bussarono a casa e, poiché non rispondeva, fecero capolino e nell'unica stanza non c´era anima viva, e dopo qualche minuto, sentendo dentro dei rumori, avevano di nuovo fatto capolino e l'Adalgisa era lì; viva e verde, quando due minuti prima non c´era e lì non c'erano altre porte o finestre oltre quella dell'orto, né armadi chiusi dove poteva essersi ficcata.

E tutto questo aveva creato intorno al personaggio, un alone sini­stro di potenza malefica e di mistero.

Non si deve dimenticare l'ambiente di miseria, di suggestione e di superstizione in cui queste vicende di svolgevano alla fine del secolo scorso.

Ora, un giorno, nel tardo autunno, Benvenuto il vaccaro tornò la sera a casa con la gamba sinistra gonfia e dolorante. Già erano un paio di giorni che la gamba gli doleva, ma non voleva badarci, pensava a uno spino che andando a cavallo gli si fosse infilato nel punto do­lente e arrossato, mentre invece si trattava di una puntura di insetto (forse una zecca) infetto dal sangue di qualche bestia malata.

La notte la febbre salì alta e Benvenuto si lamentò continuamente per il dolore.

Da quelle parti il dottore non c´era: bisognava cercarlo a Pitigliano e, tra andata e ritorno col calesse, ci voleva più di mezza giorna­ta e il vaccaro, per il gran dolore, non poteva essere trasportato su quelle strade tutte rigagnoli e buche.

Allora, continuando a stare molto male, la Giulia andò a chiamare Teresio per vedere se riusciva a fare qualcosa.

Teresio venne e dall'alto della sua ignoranza, vedendo la gravità della situazione, sentenziò che non poteva far niente perché si trat­tava di un malocchio ormai troppo avanzato per ogni rimedio ed era me­glio che chiamassero il prete per "l'olio santo".

Giulia cominciò a piangere e a disperarsi, mentre Nicolino, il nipote di dodici anni che viveva con loro dato che non avevano avuto figli, rimaneva accanto al letto dello zio, tenendogli la mano che scottava guardando, sgomento, quel viso barbuto, tanto amato, che la sofferenza aveva inciso e trasformato.

Si era fatta sera e altre donne erano venute a far compagnia alla Giulia. Si erano messe a recitare il Rosario. Una, d'improvviso, interrompendo le litanie, disse: "Portiamolo dall'Adalgisa; se è una fattura lei gliela può levare; come le manda così le può levare. Su sbrighiamoci. Facciamo così, forza! E' l'ultima speranza. Forse facciamo in tempo!". Erano tutte donne grosse, robuste, avvezze al lavoro duro dei campi, forti come i loro uomini.

Presero su Benvenuto, ormai incosciente, lo posero sulla sedia più grossa, lo coprirono con una coperta e lo portarono fuori. La moglie gli stava vicino e lo teneva per non farlo cadere.

Era già buio e, passando da dietro la fila delle case, si diressero svelte verso la finestra accesa della strega.

Nicolino le seguiva.

Bussarono e la porta si socchiuse. Senza aprire bocca Adalgisa fece cenno di entrare.

Il ragazzo rimase fuori a sbirciare dalla fessura della porta.

La strega, alla luce smorta della lucerna a olio, gli appariva orrenda nella sua bruttezza e gli faceva veramente paura. Ma voleva lo stesso vedere quello che avrebbe fatto allo zio per poterlo salvare. Gli guardò la gamba sformata dal gonfiore e nerastra, le vide incidere con un coltello la parte malata e raccogliere il sangue in una bacinella, Benvenuto pareva morto, con gli occhi sempre chiusi, il respiro ansimante e rantolante. Adalgisa mise un po´ d'acqua in un bicchiere e ci aggiunse certa roba presa da alcu­ni vasetti sulla mensola del camino.

Intanto bofonchiava una cantilena incomprensibile in cui di tanto in tanto si distinguevano strane invocazioni.

Nicolino la vide avvicinarsi allo zio, e con le dita ossute aprirgli la bocca e versargli un po´ di quell'intruglio.

Riportato a casa, durante la notte morì. Il prete non fece in tempo nemmeno a dargli l'estrema unzione.

In paese si sparse la voce che era stata una fattura maligna e che se l'Adalgisa avesse voluto, avrebbe potuto salvarlo.

Nicolino addolorato come per la morte di un vero padre, si era convinto che quella malaugurata disgrazia era dovuta all'opera di fattucchiera e cominciò a pensare a come fargliela pagare.

In un momento in cui la zia era fuori di casa, prese la scatoletta di ferro nella quale era riposto l'orologio d'oro con la catena di Benvenuto, la fede, gli orecchini da sposa della zia e la collanina d'oro, insieme ai risparmi.

E la mattina dopo, avviate le pecore, tornò svelto indietro tra gli orti e sotterrò la scatoletta sotto il fico dell'Adalgisa, mettendoci anche sopra qualche sasso. Fece tutto in pochi istanti, nascosto dalla siepe di bosco. Poi, non visto, sguasciò via raggiun­gendo le pecore.

A casa si accorsero presto della scomparsa della scatoletta e, non sapendo raccapezzarsi di cosa fosse successo, anche questa volta si convinsero che doveva trattarsi di qualche diavoleria. E la voce si sparse per il paese, silenziosa ma fulminea.

Ed arrivò ai Carabinieri della vicina Stazione: questi di certo non erano tanto superstiziosi da credere a certe chiacchiere, alle quali si era da poco aggiunta quella secondo cui l'Adalgisa sarebbe stata vista china nell'orto sotto il fico.

I Carabinieri andarono, trovarono la scatoletta e arrestarono la strega. Saltò fuori il fatto che il vaccaro era stato portato da lei, che ella gli aveva fatto bere un intruglio e che la notte stessa era morto.

A quei tempi, la giustizia andava piuttosto per le spicce e la Adalgisa rimase in carcere per omicidio colposo e furto. E fu una condanna pesante.

Il paese si sentiva liberato da un incubo. E´ difficile spiegare il sentimento comune di quella povera gente che ora non sentiva più quella minaccia malefica. Anche la popolarità di Teresio né risentì negativamente dato che, cessato il pericolo, ormai si poteva fare a meno dei suoi interventi e delle sue formule magiche.

Ma più di tutti fu contento il curato che, d'un colpo, si trovò liberato di due clienti davvero indesiderabili.
 

Sergio Maria Grossi  - -

 

L'odore della Maremma

D'estate i miei mi portavano in maremma a passare le vacanze dai loro parenti che, nella gerarchia di quelle grosse aziende agricole, occupavano un posto di rilievo.

Ed io godevo, in quei periodi, della più ampia libertà, ubriacandomi di sole, di mare, di bosco.

Il capo dei butteri, Silverio, mi portava sempre con sé a cavallo, posto davanti a lui sull'arcione nella larga sella maremmana, comoda come una poltrona.

Alto, asciutto, bruciato dal sole, con un largo cappello annodato col sottogola, Silverio era il vero buttero, nato e cresciuto tra le bestie di cui conosceva ogni abitudine ed umore.

Appoggiato con le spalle al suo petto godevo le evoluzioni del cavallo che, guidato unicamente dalla pressione delle ginocchia, stanava le bestie dalla macchia, rincorreva quelle sbrancate, isolava le vitelle da marchiare o divideva, buttandosi in mezzo, i cavalli bradi in lotta tra loro.

Era il ritorno ad una vita primordiale, fatta di sensazioni prima mai provate, violente o dolcissime, con uomini gentili nella loro rudezza, di poche parole, ma di una ospitalità sacrale.

Sono impresse nel mio ricordo le macchie di marruche, le lame d'acqua stagnante, il giallo intenso dei campi di stoppie, l'azzurro acceso del cielo, l'immensità di quella terra accecata dal sole in cui tutto è por­tato al parossismo: i colori, i sentimenti, gli odori. Soprattutto gli odori della maremma mi pare di sentire ancora: non il profumo del bosco o quello della terra smossa o quello dell'erba bagnata.

Quella terra puzzava di marcio, di morte, a folate si sentiva il lezzo dell'acqua stagnante, putrida: era l'odore di una terra malata dove regnava sovrana la malaria.

Ma nonostante tutto io sentivo di amare quella terra, mi piaceva quell' odore di fiori marci, quell'odore che rimaneva appiccicato addosso agli uomini insieme a quello del sudore dei cavalli e del cuoio dei finimenti.

Ho conosciuto laggiù tanti uomini, butteri, vaccari, braccianti, car­bonari ed ognuno costituiva un mondo a sé, fatto di esperienze antiche e di pensieri profondi forse affinati dalla solitudine e dalla sofferenza.

Le storie che scaturivano intorno al fuoco evocavano figure di briganti, come affascinanti eroi di maremma, paladini della povera gente contro la tracontante ricchezza dei latifondisti.

Silverio mi portava con sé molte volte spingendo al galoppo il cavallo, per farmi piacere, e gli schizzi del fango e dell'acqua volavano a venta­glio sotto le zampe dell'animale nell'inebriante carezza calda del vento. Altre volte ci spingevamo nell'intrigo della macchia con le gambe coper­te dai cosciali così come il petto del cavallo per riparare dai graffi dei cespugli spinosi: lì il silenzio era assordante, solo turbato dal ronzare degli insetti roteanteci intorno: ma lo spettacolo era sempre affascinante in una continua scoperta di visioni fugaci: lo scattare di una lepre, il fragore improvviso della levata di un fagiano, il partire ovattato dei colombacci.

Senza parlare Silverio mi indicava le rimesse dei cinghiali, i tronchi dalla corteccia consunta che indicava lo sfregamento dei cinghiali, le radure squassate dove i tori avevano a lungo lottato.

Un mattino mi fece levare presto: era ancora notte e l'aria era umida e fredda. Davanti a lui sul cavallo, egli m'avvolse nella sua mantel­la e prendemmo per il monte.

Camminammo un bel po´ prima di addentrarci nel bosco. Il cavallo cam­minava al passo quasi sapendo dove Silverio voleva condurmi: man mano che la macchia si faceva più fitta, il sentiero si stringeva costringendoci continuamente a schivare i rami bassi e i rovi pendenti.

Riscendemmo verso una valletta nascosta. Era ancora buio ma vedevo in basso, lontano, come il rispecchiare di un lucore.

Una nebbiolina leggera saliva nel basso dalla terra putrescente e si stracciava lieve tra i rami.

Quello che sembrava da lontano una lama di luce apparve in realtà come uno stagno di acqua verdastra, limitata qua e là da cespugli acquatici.

Si sentiva nell'aria quell'odore acre, fastidioso di acqua e di terra putrida.

Silverio si avvicinò mettendo il cavallo sotto vento e mi disse sottovoce di stare zitto e di non fare rumore.

Pian piano nella prima luce avanzante le cose cominciavano a prendere contorno, ad assumere forma.

Ad un tratto sentii sulla mia spalla la pressione della mano di Silverio e poi indicarmi un punto della macchia al limitare dello stagno.

Gli arbusti si stavano muovendo ed ecco apparire, neri, i primi cinghiali, sospettosi poi sicuri, sgrufare nella melma, avvoltolarsi, rissare.

Ad un rumore improvviso si allontanarono in un lampo con la coda drit­ta in alto, sparendo nel folto.

Stavano arrivando i tori all'abbeverata: parevano enormi, neri anche essi, con le corna lunghe e diritte, cattivi. Non si fermarono molto; come rabbiosi erano arrivati così, presto, rabbiosi se ne andarono.

Restavo lì affascinato nella luce ormai piena del mattino, incantato da quelle visioni e riconoscente a Silverio per avermele mostrate.

Questi di nuovo mi strinse la spalla e mi indicò la parte apposta dello stagno: prima uno poi due, timidi, sommessi, i caprioli si avvicinarono titubanti all'acqua.

Il ritorno si svolse in silenzio ancora sotto il fascino di quell'incanto.

Un altro giorno, mentre eravamo nella macchia a riunire le bestie brade, sentimmo un colpo di fucile, lontano, in alto sul monte, e il rumore rintonò ingigantito dal vallone.

"E' il vecchio Dindone" disse Silverio. "Andiamo su". Lo trovammo sullo spiazzo di una vecchia carbonara che stava sventrando un porcastro di cinghiale per pulirlo delle interiori.

Era la più strana figura di uomo che avessi mai visto: Enorme, biancastri i capelli lunghi e la barba incolta, cosciali di capra spelacchiati, una camicia sbrindellata che mostrava due braccia che parevano tronchi d'albero.

Un fucilaccio era appoggiato da una parte.

Non si mostrò sorpreso, solo alzò gli occhi.

Era una cosa strana: il viso rimaneva assolutamente serio mentre gli occhi accennavano al sorriso, come un ammiccare impercettibile; ma era un sorriso.

Gli uomini scambiarono poche parole e Dindone ci volle alla sua capan­na. Si caricò il cinghiale sulle spalle e scivolò leggero dentro la macchia.

Camminammo parecchio è intanto Silverio mi raccontò che Dindone era sempre stato così, libero e selvatico. Lui stava bene solo nella macchia, non scendeva mai nella piana o al mare. Ogni tanto saliva a Sovana per scambiare la selvaggina con sale, farina, fiammiferi, tabacco, cartucce: portava cinghiali o caprioli e, d'inverno, mazzi di tordi e merli che prendeva con i lacci di crine del cavallo.

Non aveva mai dato fastidio a nessuno e non beveva; tutti lo avevano sempre rispettato, quasi fosse l'immagine vivente della Maremma.

La capanna era nell'intrico della macchia, a riparo di un costone, fatta di rami di scope e ginestre intrecciate alla maniera sapiente dei boscaioli molisani.

Riattizzò il fuoco e mise a bollire delle erbe per la zuppa aggiungen­doci alcuni pezzi di carne di cinghiale: mangiammo in silenzio quel pasto reso ancor più appetitoso da qualche pezzo di peperoncino rosso.

Parlarono delle stagioni, del tempo, della caccia: mi pareva come di rivivere in un mondo ancestrale, antico, in cui tutto era diverso, il parlare, il cibo, i valori. Si sentiva anche un odore diverso, non quello marcio della piana, delle larghe, ma un sentore vivo, netto, fatto di fu­mo di legna secca; di carne abbrustolita, di sigaro toscano, come un odo­re sano, pulito che sapeva di vita non di marciume e di cose morte.

E questo e l'altro odore mi sono rimasti, nel ricordo, appiccicati addos­so insieme alle sventagliate di fango sotto gli zoccoli dei cavalli al galoppo, alle cornate dei tori, al guardare dei cinghiali nei fossi, ai graffi delle marruche, ai tramonti rossi, infiniti, sul mare, al petto largo e riposante di Silverio sulla comoda bardella maremmana. 
 

Sergio Maria Grossi  - -

 

Copyright 2004 By AHTES - All rights reserved

Tutto il materiale pubblicato è riservato ed è vietata la riproduzione e la vendita se non previa autorizzazione.