|
IL VECCHIO
Anselmo abitava una delle casucce del Chiarone, vicino al mare. Tutto
intorno a quelle quattro case color ruggine si estendevano i campi messi
a grano, intervallati da larghe lame di palude e da boscaglie
acquitrinose e sabbiose dove il Principe teneva allo stato brado le
vaccine e i cavalli.
Gli uomini rinsecchiti, giallastri per malaria che li divorava e li
asciugava, o lavoravano nella tenuta del Principe o facevano i
pescatori.
Anselmo faceva il cacciatore di mestiere e questo gli bastava per le sue
poche esigenze. Da tempo la malaria gli aveva portato via tutti.
Viveva con lui solo Argante, il cane, da anni fedele compagno di caccia
ed ormai vecchio come lui. Formavano davvero una strana coppia, a
vederli andare per le macchie irsuti e silenziosi, curvi e tesi nella
cerca, o neri e sperduti nel lucore nebbioso del palude!
Amavano quei silenzi strani, l’emozione della levata del selvatico, le
notti insonni, la libertà.
All’uno bastava la presenza amica dell’altro.
Quel pomeriggio di gennaio avevano trovato le tracce dei cinghiali, su
in alto, sotto il monte, vicino alla riserva del Principe. Sicuramente
avevano sconfinato sfondando la fratta di marruche per trovare da
mangiare. Li avrebbero aspettati alla posta. Mangiarono un boccone
presso il fontanile dell’abbeverata grande. Legò il cane lì vicino e si
avviò nuovamente per il bosco.
S’era fatta notte presto e solo gran pratica dei luoghi consentiva ad
Anselmo di non perdersi. La luna ancora non si era levata e la macchia
intorno a lui sembrava una stanza al buio.
Faceva un freddo asciutto, senza un alito di vento.
Camminava sicuro, il fucile a tracolla e le mani avanti per sentire i
rami bassi e scansarli. Ritrovò la radura dei cinghiali e si appostò su
un albero. Il tempo passava lento.
La luna ormai si era levata e un po’ di luce filtrava adesso nel bosco.
Verso le due del mattino, sentì che stavano venendo: un calpestio
pesante sul terreno gelato, dei bassi grugniti. Sciolse il mantello che
l’avvolgeva ad armò i cani del fucile. Li sentiva vicini ormai, ma non
riusciva a distinguerli. Non dovevano essere tanti, solo tre o quattro.
Il fucile era pronto, alla spalla; gli occhi un po’ lacrimosi per il
freddo gli dolevano per il gran guardare. Ad un tratto intravide una
massa scura, bassa, muoversi accanto ad un cespuglio. Sparò rapido i due
colpi alla meno peggio, guidandosi con il pezzetto di carta bianca che
aveva infilato nel mirino per renderlo visibile nell’oscurità. Sentì il
cinghiale urlare, fermo sul posto, poi un gran tramestio, cespugli
sfondati e tutto tornò silenzio.
“Non c’è restato” imprecò il vecchio, “ma sicuro che domattina Argante
me lo ritrova, magari già morto”.
Si affrettò al fontanile e riaccese il fuoco. L’alba li trovò sulle
tracce del cinghiale. Doveva essere grosso e almeno una delle palle
doveva averlo colpito basso nel ventre. Se era così avrebbe camminato
per ore prima di cadere.
Argante seguiva l’usta lento e sicuro. Non guaiva, non canizzava, solo
qualche uggiolio ogni tanto dove trovava un po’ di sangue, segno che lì
il cinghiale aveva sostato. Quando riusciva a passare attraverso i
marrucheti sfondati dal selvatico, aggirava il macchione finché non
ritrovava dall’altra parte il segno del passaggio.
Nei punti acquitrinosi lambiva qua e là l’acqua per sentire dal sapore
la direzione presa dall’animale in fuga.
Ormai da un pezzo erano dentro la riserva del Principe, il bosco aveva
ceduto al ginepreto e si poteva camminare più spediti senza
l’impedimento dei rami bassi degli alberi.
Il cinghiale non poteva essere molto lontano: doveva essere sfinito per
il sangue perduto, le tracce delle sue soste diventavano più frequenti.
Anselmo andava maledicendo se stesso per quel colpo impreciso,
dispiaciuto di far soffrire così quella bestia.
Il toro brado caricò all’improvviso sbucando da dietro un cespuglio alto
di ginepro. Il vecchio se lo vide venire addosso a testa bassa e cercò
di scansarlo girandosi di fianco e urlando per spaventarlo. Un gran
colpo alla coscia e si sentì alzare da terra per ricadere pesantemente
all’indietro. Il toro fu ancora su di lui, ma Argante gli si lanciò
contro latrando rabbiosamente distraendolo.
Intontito, il vecchio vedeva il toro, ora mugghiante, menare gran
cornate al cane che, fronteggiandolo e urlando, cercava di morderlo sul
muso basso e proteso, nero e filante bava. Il toro continuava a caricare
il cane con piccole rincorse convulse, ma Argante non mollava evitando
le cornate e riattaccando subito di fianco o di fronte, come faceva con
i cinghiali.
Il vecchio, da terra cercò di sfilarsi da tracolla il fucile, la schiena
gli dava fitte di dolore ed ogni movimento era una pena. Si tirò su a
sedere ed armò i cani: vide allora Argante volare in aria con lunghi
guaiti.
Nella lotta i due animali si erano allontanati ed il tiro era lungo,
disperato: mirò all’attaccatura delle spalle tirando contemporanea-mente
i due grilletti per unire l’impatto delle spalle.
Il toro cadde di quarto.
Il vecchio ristette un attimo a guardarsi la gamba ferita, ma sentiva
dolore, era solo come se la gamba fosse morta, di legno. Se la palpava e
sentiva la ferita che arrivava da sopra il ginocchio su fino all’anca.
C’era tanto sangue.
“Bisogna stringerla forte, se no mi dissanguo”.
Si tirò su e si calò i pantaloni. Era proprio uno bello squarcio: sopra
il ginocchio doveva essere più profondo perché lì sanguinava di più. Si
tolse il giaccone e strappò le maniche della camicia, le mise sulla
ferita a modo di tampone e legò stretto con un pezzo di spago.
Ansimava e sudava e cominciava a sentire dolore.
Udì un guaito lieve. “Allora è vivo” biascicò a mezza bocca “Arrivo,
arrivo, su bello” ripeté più forte.
Barcollando e trascinando la gamba si avvicinò al cane, lungo, disteso,
pieno di sangue. Questi sollevò la testa e guaì più piano. Il fianco
squarciato lasciava intravedere il palpitare degli organi interni; se
questi non erano offesi si sarebbe salvato.
Ne aveva visti tanti conciati così e peggio dai cinghiali, nelle
cacciarelle. Però bisognava ricucirlo.
Si levò il panciotto e glielo fasciò intorno legandolo con lo spago,
stretto, per tenere la ferita chiusa. Intanto gli parlava dolcemente.
Per fare questo si era dovuto mettere in ginocchio e levarsi nuovamente
in piedi non fu casa da poco.
Doveva levarsi fuori di lì: intorno non c’erano casolari, solo la
masseria del principe, ma distava almeno cinque chilometri. Meglio
dirigersi verso la spiaggia: era più vicina. Fece alzare il cane, che,
un po’ riluttante, piano ubbidì. Appoggiandosi al fucile cominciò a
discendere la macchia bassa, ogni passo era un tormento, ogni passo una
fitta. Si riposavano spesso, “come aveva fatto il cinghiale ferito”,
pensò Anselmo, “partiamo le stesse pene!”
Ora avevamo avanti le stoppie, larghe, sembrava non finissero mai! La
gamba faceva un male d’inferno, il cane tremava tutto e ogni tanto si
buttava per terra.
Finalmente la palude! Argante bevve avidamente, anche il vecchio aveva
tanta sete ma non poteva bere quell’acqua sporca! Presero a diguazzare
nel fango e nell’acqua bassa, saggiando la melma con il fucile per
sentire le buche: non ce l’avrebbe fatta mai, finito com’era a tirarsene
fuori se vi fosse caduto dentro .
Come Dio volle trovò un argine.
Il mare era ormai vicino e si sentiva il rumore della risacca.
Si lasciarono andare sulla sabbia, abbandonati, come morti: il corpo era
tutto un dolore come se lo avessero bastonato. La gamba sembrava pesasse
una tonnellata. Erano le due del pomeriggio: c’erano ancora due ore
buone di luce; se non passava una barca in quel tempo era finita!
Cominciava a levare la brezza e la superficie del mare ne era increspata
il che rendeva ancora più difficile, con il rispecchiare del sole
discendente, scorgere eventuali barchini.
Anselmo con una cannuccia e il fazzoletto pulì all’interno le canne del
fucile del fango raccolto.
Era necessario per non farle scoppiare.
Ora il tempo trascorreva troppo veloce e la sfinitezza aumentava.
Bruciava di febbre.
Finalmente scorse una barca, piuttosto al largo, e cominciò a sparare ad
intervalli regolari, un colpo alla volta: pam ... pam ... pam...
L’antico segnale dei cacciatori in pericolo.
La barca si avvicinò subito. Era uno del chiarone che appena gli fu
vicino esclamò: “Dio Santo, Ansè, ma che t’è successo? Tutto sangue!”
“Un cinghiale ferito” mentì: il toro era del Principe e sapeva bene
quanto questi tenesse alle sue bestie!
“Carica il cane, fa piano, è conciato peggio di me”.
Tornavano a casa!
Disteso sul fondo della barca, chiuse gli occhi, sfinito, abbandonatosi
alla fatica.
Si scosse dal torpore alla voce del barcarolo che chiamava gente. Gli
si fecero intorno, li sollevarono.
“Piano alla gamba” si raccomandava. Lo posero sul letto, il cane lo
misero a terra sotto la finestra.
Uno andò col calesse a chiamare il dottore a Capalbio. S’era fatto buio.
Qualcuno gli sfilò i calzoni, ma la rudimentale fasciatura non fu
toccata per paura che uscisse più sangue. Chiese da bere.
Gli ripulirono la faccia dal sangue e dalla sabbia aggrumata. Cambiarono
le lenzuola.
La stanzuccia era piena di gente che parlava fitto e piano per non
disturbare Anselmo che s’era assopito. Del cane nessuno si occupava.
Verso le otto di sera arrivò il dottore, magro, grigio come il suo
ferraiolo, senza età.
Alla luce del lume a petrolio guardò quell’impiastro di fango, di
sangue, e di stracci bestemmiando tra i denti. Ordinò dell’acqua calda,
fece accendere delle candele per avere più luce e tolse gli stracci. La
ferita apparva slabbrata, con i bordi biancastri gonfi e aperti,
violacea intorno.
Lavò bene tutto e disinfettò abbondantemente; quindi, incurante dei
lamenti cominciò a cucire.
Finito che ebbe egli fece mettere panni asciutti e chiese due bicchieri
di vino. Ne pose uno al vecchio che, pallido com’era, pareva ancora più
minuto tra le lenzuola bianche.
“Per piacere ricucite il cane”.
La luce tremolante rimbalzava e giocava sui volti degli uomini che,
attenti, guardavano in silenzio il dottore ripetere su Argante quello
che poco prima aveva fatto al suo padrone.
“Grazie tante, dottore” disse piano Anselmo “come posso sdebitarmi?”
“Adesso pensa a guarire, ci vediamo domani. Buona notte!” concluse il
medico.
Sulla porta qualcuno sussurrò “Se la caverà che dite? Ha perso molto
sangue”. “Non lo sai che qui in maremma si muore solo di malaria?”.
Il barcarolo mise nuovi pezzi di legno sul fuoco per la notte, fu
lasciata la chiave nella toppa all’esterno e se ne andarono.
Anselmo scese a fatica dal letto e facendo forza sulla gamba sana si
avvicinò al cane che avevano rimesso sotto la finestra, su un sacco.
Piano piano lo tirò accanto al letto e lo scoprì con una coperta.
Il grecale ora soffiava forte e la risacca batteva incessante,
spruzzando scaglie di salmastro sul vetro della finestra; all’intorno si
sentiva lo scoppiettio del fuoco e il frigolare dello stoppino.
Dal letto il vecchio tese il braccio per posare la mano sulla testa di
Argante: e così, mentre il sonno lo vinceva, sentì le voci del vento e
del mare affievolirsi pian piano e confondersi con i rumori amici della
casa, con il respiro corto e lieve del cane, finché non furono più un
suono ma il murmure indistinto di un sogno.
Sergio Maria Grossi
-
-
IL MINISTRO
Una piaga
della Maremma di fine ottocento era il lavoro minorile. I bambini, oltre
alle normali piccole incombenze quali figli della terra, a sei anni
venivano avviati per circa tre mesi a spigolare; a otto anni, nel tempo
della mietitura, trasportavano i fastelli di grano sistemandoli in
cordoli oppure erano destinati in via permanente alla pastorizia; a
dieci anni erano mandati nei campi a raccogliere le pietre affioranti
dal terreno ed a trasportarle ai bordi dei campi stessi ove poi
sarebbero state ordinate in muri a secco. Era, quest’ultimo, un lavoro
lungo e spossante, sotto l’incubo della malaria sempre presente in
quelle larghe, con una retribuzione irrisoria. Ma era, purtroppo,
necessario che i ragazzi cominciassero presto a lavorare per i fattori
perché altrimenti, giunti in età da lavoro, nessuno mai li avrebbe
assunti, non diciamo come salariati, ma nemmeno come braccianti.
In quell’estate
ardente, tra gli altri ragazzi giunti alla masseria del Principe,
c’erano anche due fratelli: Agostino di undici anni, che per la prima
volta faceva la “maremmata” insieme a Domenico di quattordici anni.
Domenico aveva promesso alla mamma, prima di partire che avrebbe
vegliato sul fratello più piccolo.
Il lavoro
era duro sotto il sole, le soste rare e brevi, il “caporale” esigente e
manesco. Le due dozzine di ragazzi lavoravano aiutandosi tra loro nel
trasporto delle pietre più pesanti o meno maneggevoli, cercando di
risparmiare come potevano i compagni più piccoli e più deboli.
Di notte
dormivano all’aperto, sulla paglia, con le giacchette sulla faccia per
ripararsi dalle zanzare.
Un giorno,
poco prima dell’ora di pranzo, il caporale ordinò a Domenico di andare a
prendere l’acqua da bere.
La fonte
era a poco più di un chilometro, dietro il poggio.
Con il
manico della brocca infilato nel braccio, il ragazzo si allontanò senza
fretta, contento del diversivo. Dopo l’afa del mattino si era levato un
leggero venticello che leniva un poco la morsa del sole. Passò oltre il
poggio: guardava le rondini che planavano in lunghe evoluzioni ad ali
ferme quando sentì il crepitio del fuoco prima ancora di vedere il fumo.
Era lì vicino, oltre il muro a secco. Posò la brocca e si arrampicò sul
muretto invaso dalle erbacce. Questi formava come un recinto
rettangolare piuttosto largo con un unico cancello di legno chiuso
all’estremità opposta. Il fuoco, sospinto dalla brezza, avanzava veloce,
alto a ventaglio sulle stoppie secche. Vide la cavalla correre come
impazzita nello spiazzo ancora libero: nitriva, scalpitava, si
ritornava; il fumo a tratti la copriva. Come diavolo poteva essere
scoppiato il fuoco là dentro, pensava Domenico, mentre correva alla
disperata lungo il muro verso il cancellone di legno! Doveva fare presto
se no per la cavalla era finita!
Aprì la
“stena” e l’animale si buttò fuori: il fuoco era vicino. Scosciò un ramo
verde e si appostò al varco battendo alla forsennata le lingue
avanzanti. Il muro a secco aveva fermato il grosso. Rincorse i tentacoli
di fuoco sfuggitigli e li spense.
Presto
tutto finì, rapidamente così come era cominciato. Il ragazzo si sedette
per terra a prendere fiato.
Arrivò il
caporale che aveva visto il fumo, seppe della cavalla e vide come il
fuoco era stato fermato sul cancello. Ordinò nuovamente al ragazzo di
andare a prendere l’acqua al fontanile.
A sera,
durante il resoconto della giornata, fu raccontato al ministro anche di
come Domenico aveva salvato la sua cavalla da ustioni che ne avrebbero
costretto l’abbattimento. Il ministro era responsabile di tutti i beni
del Principe in quella zona: uomo grande e grosso, severo e duro, era
stimato come persona giusta. Forte cavaliere, teneva moltissimo a quella
cavalla che aveva allevato da piccola e che aveva fatto rinchiudere in
quel vasto recinto onde sottrarla agli assolti remissini della
masseria. Volle vedere come era fatto quel maschietto che gliel’aveva
salvata e che aveva impedito al fuoco di uscire nella piana.
I ragazzi,
stanchi, erano radunati verso il recinto della doma: i più grandi
giocavano a carte, i più piccoli a piastrelle. Alcuni fumavano godendosi
la frescura della sera.
Il fattore
chiamò: “Chi si chiama Domenico?”
Il ragazzo
si fece avanti: “Io”.
“Ti vuole
il ministro. Andiamo”.
Si era
fatto, d’improvviso, silenzio: tutti si erano voltati a guardare il
fattore ed il loro compagno.
“E perché?
Che vuole da me?”
“Sbrigati.
Fa meno chiacchiere”.
Il ragazzo
si mosse, girandosi ogni tanto a guardare i compagni. Il ministro era il
capo assoluto nella masseria: da lui dipendevano i pastori, i butteri, i
massari, i coloni, i salariati e i braccianti. La sua parola era legge
in quel piccolo mondo. E il ragazzo aveva una gran paura addosso.
Salirono la scala esterna della grande casa color ruggine ed entrarono.
“Va pure”
disse il ministro al fattore.
“Tu fatti
avanti, non stare lì sulla porta”. L’uomo sedeva solo ad un grosso
tavolo ancora apparecchiato dopo la cena e fumava. La stanza era grande
ed aveva bei mobili scuri e lucidi. Vicino la finestra c’era una Signora
che non conosceva e che gli sorrise dolcemente. Domenico ricambiò il
sorriso e non ebbe più paura. L’uomo, dopo una sbirciata generale, lo
guardava serio negli occhi, quasi curioso.
Era
abituato tutti i giorni a leggere rispetto e timore, cortesie
interessate e falsità velate. Nel ragazzo vide solo l’onestà e la
franchezza della giovane età.
“Bevi” gli
disse riempendogli mezzo bicchiere di vino.
“Così tu
hai salvato la mia cavalla dal fuoco. Raccontami com’è stato”.
“Non sapevo
che la cavalla era vostra”. Con poche parole narrò l’accaduto,
indugiando un poco sulla paura che aveva avuto quando le lingue di fuoco
sembravano sfuggirgli.
“Sai
sellare un cavallo?”
“Sì. Il
babbo ce lo ha insegnato”.
“Che fa tuo
padre?”
“Era
commerciante di bestiame. Adesso, però, è morto”.
“Di dove
sei?”
“Di
Cellere”.
“Quanti
anni hai?”
“Quattordici”.
“Nella
stalla hanno bisogno di una persona. Da domani lavorerai lì. Tutte le
mattine alle sei precise mi farai trovare la cavalla insellata qui sotto
casa. Sei contento?”
Il ragazzo
rimaneva lì a guardare il ministro, senza dire né sì né no, come
inseguisse un pensiero interiore.
L’uomo,
sorpreso da questo inatteso atteggiamento, proruppe:
“Ma come,
ti levo dal lavoro delle pietre, e tu non sei contento?”
“No, no”.
Si affrettò a dire il ragazzo. “Sono contentissimo, altroché!”.
Titubante riprese subito: “Ecco se mi permette di parlare, io volevo
dire questo. Tanto per voi è lo stesso: qui a lavorare c’è anche mio
fratello Agostino. Anche lui sa insellare i cavalli, accompagnava il
babbo alle fiere. Ha buona volontà di lavorare ed è svelto. E’ meglio
che ci mettiamo lui alle stalle. Vedete, Signor Ministro, lui è un po’
più piccolo di me. Levate lui dalle pietre, è meglio che lo faccio io
quel lavoro. Sono più grande e più forte ...”.
L’uomo
guardava quello scricciolo di ragazzo che gli mostrava due stecche di
braccia bruciate dal sole e due manucce sciupate e logore. Era più
forte...
La donna
aveva alzato gli occhi dal ricamo e guardava il marito. I loro sguardi
si incontrarono, ancora una volta la donna sorrise dolcemente senza
parlare.
“Va bene!
Come ti chiami?”
“Domenico
Cenci”.
“Va bene,
Domenico. Domattina alle sei vieni alle stalle con tuo fratello. Voglio
vedere come insella. Come si chiama tuo fratello?”
“Agostino,
Agostino Cenci”.
Aspetta,
voglio darti un premio per quello che hai fatto oggi”. Aprì un tiretto
nel cassettone e ne tirò fuori un coltello a serramanico. Gli occhi e il
sorriso del ragazzo rivelavano la gioia per l’inatteso dono.
Farfugliando un ringraziamento guadagnò la porta.
Il ministro
si portò alle spalle della moglie e le accarezzò i capelli. La donna
aveva gli occhi pieni. “Malaria maledetta!” Imprecò con rabbia tra i
denti l’uomo guardando un ritratto di bambino sul canterano.
Fuori,
Domenico piombò di corsa sul gruppo dei ragazzi. La sua gioia fu la
gioia di tutti. La solidarietà delle privazioni e delle sofferenze
lontani dalla famiglia ne aveva fatto un gruppo compatto e affiatato.
La mattina
successiva i due fratelli erano pronti davanti alle stalle. Agostino
aveva già portato fuori la cavalla e l’accarezzava, parlandole a voce
bassa. Domenico aveva preparato una balla di paglia proprio lì vicino.
Il ministro
attraversò lento il grande piazzale, tra gli uomini già affaccendati.
“Buon
giorno, Signor ministro”.
“Allora tu
sei Agostino. Fammi vedere come inselli”.
Agostino,
un po’ più mingherlino e più basso del fratello, salì sulla balla di
paglia con la coperta in mano e la tese sulla cavalla; abbrancò, poi, la
“bardella” e, ammansendo con la voce la bestia, la pose sulla groppa.
Quindi,
passando sotto la pancia, tese la cinghia del reggisella colpendo
d’improvviso con una gomitata la pancia dell’animale, quindi, rapido,
tirò la cinghia agganciando la fibbia. L’uomo apprezzò il gesto che,
facendo ritirare la pancia, aveva impedito alla cavalla di gonfiarsi per
poi avere la cinghia lenta. I gesti successivi, fatti rapidamente in
silenzio, fecero superare l’esame al ragazzo.
“Va bene”,
commentò. “Tutte le mattine alle sei voglio la cavalla insellata sotto
la scala di casa. Oltre al lavoro nelle stalle, ti occuperai tu di
questa bestia. Puoi anche dormire nella stalla, se vuoi”.
Trascorsero
alcuni giorni tranquilli, poi scoppiò un altro incendio nei pagliai e fu
una nottata molto dura. Ce n’era stato un altro prima dell’episodio
della cavalla e la faccenda non era chiara. Il ministro convocò il
fattore ed i guardiani. Bisognava stare con gli occhi aperti,
intensificare la vigilanza a cavallo specialmente ai confini della
tenuta, controllare le bestie brade radunandole, controllare le fonti,
fare la guardia di notte ai silos. C’era di certo qualcuno che voleva
fare del male. Ma chi poteva essere? Uno di fuori o uno degli uomini in
servizio nella fattoria? Tutto doveva essere fatto con discrezione: se
era uno di fuori ciò poteva sortire un certo effetto, ma se era un
interno era un brutto guaio.
Chiunque
poteva appoggiare la punta di un sigaro su un pezzo di sterco secco di
vacca, buttarlo in un campo ed andarsene. Il fuoco sarebbe divampato
almeno un paio di ore dopo!
I ragazzi
del gruppo di Domenico furono avvertiti dal caporale di segnalare
qualsiasi cosa sospetta. Agostino dormiva nelle stalle e, per stare
tranquillo, si chiudeva dentro sprangando le due grandi porte.
Passarono
alcuni giorni senza novità poi, d’improvviso, una notte verso l’una un
guardiano, appostato vicino ai recinti delle vacche, vide una fiamma
volare nelle stalle attraverso una delle finestre aperte.
Sparò due
colpi più per dare l’allarme che per colpire; vide un’ombra attraversare
di corsa lo stradone e perdersi nella notte.
La fattoria
era in subbuglio. Si gridava: ”Al fuoco, al fuoco”. Gli uomini erano
usciti a precipizio dagli usci.
“La porta è
sbarrata! - C’è qualcuno dentro”. “Apri, apri”.
Ormai le
fiamme, altissime per la paglia delle lettiere, avevano investito tutta
quell’ala del lungo capannone. La catena dei secchi, subito formata, era
inutile: il calore insopportabile non permetteva di avvicinarsi. Il
ministro urlò di andare all’estremità opposta del capannone, all’altra
porta, e di sfondarla con un palo se era chiusa. Domenico urlava
chiamando Agostino. Lo trattenevano. “C’è mio fratello lì dentro!
Agostino! Agostino! Agostino! Salvatelo!”
Mentre gli
uomini correvano dall’altra parte, il tetto dell’ala invasa dalle fiamme
crollò e le fiamme si levarono più alte fra nuvole di scintille, mentre
il capannone fu tutto un risucchio improvviso di fuoco, come una lunga
andata.
La seconda
porta fu trovata spalancata: tornarono indietro a riferire. A dovuta
distanza dal rogo, la lunga fila degli abitanti la fattoria, muta,
guardava immobile quell’inferno di fuoco. Il ministro avanti a tutti,
torvo come il diavolo. Accanto a lui, la moglie stringeva con un braccio
Domenico che piangeva disperato.
Quando il
guardiano aveva sparato le due schioppettate, Agostino, dentro la
stalla, si era svegliato di soprassalto e aveva visto la paglia in
fiamme. Non poteva più avvicinarsi alla porta. Aprì svelto il
moschettone della catena della cavalla e se la trascinò appresso nella
parte opposta della stalla, dopo aver aperto il cancelletto divisorio
che la separava dagli altri cavalli. Questi parevano impazziti:
scalpitavano e nitrivano tra il fumo, sgroppando. Sempre tirandosi
dietro la cavalla, il ragazzo costeggiò la parete per non farsi
calpestare e alzò la stecca trasversale di ferro della porta.
Montò a
pelo attaccandosi alla criniera e con il piede spinse forte la porta
socchiudendola a fatica. Le bestie si buttarono fuori. In quel momento
la prima parte del tetto crollò e il risucchio d’aria formatosi con la
grande porta aperta aspirò le fiamme che in un attimo invasero
completamente il capannone.
I cavalli
impazziti galoppavano nella notte e Agostino si stringeva alla morte al
collo della cavalla: “Buona, buona bella!” le ripeteva. Il fresco della
notte accarezzava il suo volto sudato. Piano piano la cavalla rallentò.
Agostino, dolcemente, la fece girare per tornare indietro. Alla paura
era subentrato un profondo senso di pace. Vedeva lontano il gran
bagliore delle fiamme. Nel silenzio della notte notò il canto dei grilli
e il puzzo di sudore della cavalla.
Sul
piazzale se li videro venire avanti adagio sbucando dal buio. Domenico
gli si buttò addosso ad abbracciarlo; pareva diventare matto. Il ragazzo
li guardava sorpreso. Tutti gli stavano intorno. Il ministro si fece
largo, gli posò la mano sulla spalla e gliela strinse forte, “Bravo
ragazzo. Raccontami come hai fatto”.
Quando il
guardiano aveva sparato, Tommaso, uno dei ragazzi del gruppo di Domenico
che dormiva all’aperto vicino al remissino della doma, aveva visto
l’ombra attraverso lo stradone e allontanandosi di corsa nella notte, e
zitto zitto, gli si era messo dietro, mentre sentiva gridare: “Al fuoco,
al fuoco”.
Il ragazzo
era del paese vicino e quindi, conosceva i posti come le sue tasche.
Quando non intravedeva l’uomo, sentiva il rumore del passaggio, lo
sfrascare, lo sguazzare: indovinando le varie direzioni gli dava maggior
vantaggio allo scoperto per non farsi notare e scorciava le distanze
nella macchia. Aveva capito che andava al paese: quando furono vicini,
si tolse gli scarponi e si fece più accorto. Lo vide infilarsi in uno
degli usci, allora capì chi era.
Alla
masseria gli uomini stavano continuando le operazioni di spegnimento:
avevano fatto catena e, piano, piano, secchio su secchio, smorzavano le
braci e abbattevano con le scuri gli spezzoni ardenti delle travi.
Tommaso
arrivò trafelato e si portò davanti al ministro: “Signore! Ho seguito
quello che ha incendiato la stalla. E’ Alceo “Scortichino”. L’ho visto
bene io con questi occhi! E’ entrato in quella sua stanzaccia in paese,
dietro la fontana”.
Con una
bestemmia l’uomo urlò al fattore di venire. La catena si era fermata per
capire cosa ancora succedeva. “Sellate quattro cavalcature. Tu, Aurelio
e Brigantino venite con me. Pigliate gli schioppi! Fate presto!” Si
portarono al galoppo serrato fino all’abitato.
“Aurelio e
Brigantino dietro alla casa, sparate solo se spara prima lui”.
Il ministro
e il fattore si fecero avanti all’uscio: un attimo, poi il ministro con
un gran calcio improvviso spalancò la porta malferma, piombò nella
stanzetta e si buttò sull’uomo che si alzava su dal lettuccio,
abbrancandolo con la gola.
“Fuori,
fuori” gli sibilò - “Brutta sporca carogna”.
Lo spinse
all’aperto tenendolo sempre saldamente, con un fischio leggero, il
fattore aveva riunito i guardiani.
Legarlo,
metterlo sulla bardella davanti a Brigantino e ripartire al galoppo, fu
solo questione di pochi attimi.
Il cielo
andava schiarendosi appena. Gli uomini andavano in silenzio nel lucore
incerto dell’alba.
Alla
fattoria erano tutti ad aspettarli sul piazzale. L’arrivo di
“Scortichino” dette l’avvio ad una serie di contumelie. Ci fu qualcuno
che si fece avanti per suonargliela ma il ministro lo ricacciò indietro
con un urlaccio. “Chiudilo nel magazzino e guardalo a vista”. Ordinò al
fattore.
Salì in
casa e si lasciò cadere su una sedia.
La moglie,
che fino a quel momento l’aveva aspettato in ansia alla finestra, si
sedette accanto.
Il ministro
stava pensando a Scortichino, che era cresciuto nella fattoria e che si
era voluto vendicare perché lui l’aveva licenziato, quasi un anno prima,
per quella faccenda dello stallone.
Quasi
parlando tra sé la donna disse piano: “Fa pena! Tutto il suo mondo era
qui. Si sarà trovato come sperso, senza lavoro, senza amicizie. Avrà
fatto la fame ...”.
L’uomo
restava pensoso. Dopo un po’ la moglie chiese: “Che farai ora?” Non
rispose. Ormai era giorno.
Dopo un po’
si affacciò uno dei massari: “I capoccia aspettano gli ordini per la
giornata”.
“Porta qui
Scortichino e fa salire i capi famiglia”.
Alceo
Scortichino mostrava davvero di essere solo un povero diavolo. Ignorante
come era aveva agito con la certezza di non essere mai preso, ma ora
aveva paura. Stava lì vicino al camino con le mani legate, a testa
bassa, i poveri vestiti sporchi e consunti, le grosse scarpe aperte e
legate con il fil di ferro, la barba lunga di almeno una settimana sul
volto scavato e bruciato dal sole.
I capi
famiglia erano entrati in silenzio, sorpresi, cappello alla mano ed
erano andati man mano ammassandosi quasi a riempire tutta la stanza.
Il ministro
parlò a voce alta e dura: ”Scortichino perché hai buttato il fuoco?”
Il giovane
rimase a testa bassa in silenzio. “Parla, perché lo hai fatto?”
“Per
vendicarti?”
Allora alzò
la testa di scatto con gli occhi fattisi cattivi. “Si, non ne potevo più
di andare in giro di qua e di la come una bestia. Sempre ad elemosinare
un po’ di lavoro e sempre a sentirmi dire di no. Non sapevo più dove
andare. E allora sono tornato qui a vendicarmi per tutto il male che mi
avete fatto”.
“Lo sai che
se ti consegno alla giustizia ti mando per almeno una decina d’anni a
macerarti i piedi nelle saline e a bruciartici gli occhi e la gola?”
Il giovane
aveva di nuovo chinato il capo e rimase zitto.
“Hai
mancato ed è giusto che paghi. Ti faccio, però, una proposta, proprio
perché sei cresciuto qui in questa masseria; devi scegliere tu. O alla
giustizia o qui, per dieci anni, a lavorare gratis per pagare i danni
che hai fatto. Ti sarà passato da mangiare e da vestire e una piccola
regalia a Natale.
Dopo i
dieci anni, se ti sarai comportato bene, potrai rimanere a lavorare a
pagamento. Decidi subito!”
Il silenzio
nello stanzone era assoluto ...
“Rimango.
Giuro davanti a tutti che non avrete a pentirvene”.
Ad un gesto
del ministro, il fattore tagliò col coltello la corda di Alceo
Scortichino. I primi capi famiglia stavano girandosi verso la porta
quando parlò la Signora: “Ricordatevi sempre e ditelo a tutti gli altri,
che Alceo Fortini ora è uno che sta pagando il suo debito e che è di
nuovo uno di voi”.
Gli uomini
sciamarono fuori.
Il ministro
cercò nel tiretto la scatola dei sigari. La moglie gli fu accanto e
sorridendo dolcemente gli accarezzò il volto ora un po’ irsuto: “Buona
giornata!”.
L’uomo, col
cappellone bianco piantato in testa, uscì nel sole.
Ai piedi
della scalinata, Agostino, il viso un po’ assonnato, lo aspettava con la
cavalla insellata. “Buona giornata, Signor Ministro”. Questi si frugò in
tasca e ne tirò fuori il suo coltello a serramanico dal bel manico di
madreperla: “Tieni, è per te!”
Montò
rapido: “Andiamo, bella!”
Sergio Maria Grossi
-
-
I DUE RE
In una afosa giornata di fine estate tempestata di stelle il solego si
accostò guardingo ai campi rigogliosi di granoturco. La fame l’aveva
spinto giù dalle macchie intricate dell’Uccellina bruciate dal sole e
dalla siccità. Le pannocchie mature e succulente lo attiravano
avidamente così come i filari gravidi di grappoli delle vigne pettinate
lungo la costa. Ristette in silenzio fiutando e bevendo gli odori della
notte: quindi con forza maligna saziò la fame rabbiosa, con smania
distruttrice, abbattendo e spezzando. Nelle ultime settimane da più
parti si era lamentata tanta rovina, per cui fu deciso di ricorrere
all’intervento di Ivaldo il cacciatore. Era questi un vero figlio della
Maremma, cresciuto solitario nelle macchie di fronte al mare: viveva in
un vecchio romitorio adattato a ricovero, affogato tra le crepe tufacee
di antichi alvei asciutti. Campava rifornendo di cacciagione le
trattorie del litorale tosco laziale in tutte le stagioni dell’anno.
Alto e robusto con braccia come rami di quercia, irsuto, fiero, libero
come lo scirocco, era l’immagine stessa della Maremma. Aveva già saputo
dei danni provocati qua e la da un cinghiale enorme - gli avevano detto
-, nero come l’inferno e con zanne paurose. Appariva e spariva come un
fantasma, spezzava i recinti delle porcilaie, sconvolgendo i campi
coltivati, disperdendo le piccole greggi come un gene impazzito. Ivaldo,
nella durezza di un carattere rude e scontroso, si ribellava al pensiero
che sul suo territorio di caccia un cinghiale potesse agire in maniera
così spavalda e sprezzante quasi a beffarlo. Il pensiero di questo
affronto lo arrovellava, roso dalla rabbia ingigantita nella solitudine
e nel silenzio pesante della macchia. Cominciò così a dargli la caccia,
appostandosi di notte presso le abbeverate, rastrellando le culture
della costa, studiando i passi, i sentieri tra le vigne alla ricerca
delle orme seguendo il litorale sulle dune di sabbia. Il cane era con
lui, ma appariva incerto, come sorpreso per quel tipo inusuale di caccia
che non riusciva a capire: quando avvertiva una qualsiasi emanazione il
padrone lo richiamava subito accanto a sé. Col passare dei giorni, una
volta aveva trovato le tracce sul guado dell’Arrone e le aveva seguite
fino a notte per poi perderle sulle pietraie del Lamone. Un altro giorno
le aveva trovate, inconfondibili, tra le vigne lungo la costa, ma erano
vecchie e non valeva la pena insistere su di esse. Le ritrovò, poi,
presso il fontanile grande sulla piana sotto la Macchia Grande e le
seguì per una giornata intera sperando di arrivargli addosso: infatto
nel tardo pomeriggio vide balenare un ombra fugace tra i cespugli radi
di marruco, fuori tiro. Ivaldo era ossessionato ma allo stesso tempo
avvinto da quella contesa irrinunciabile che lo possedeva. Ancora una
volta le trovò tra gli speroni tufacei del basso monte, ma il solengo
sfuggì alla sua fucilata rabbiosa buttandosi nel fosso profondo per
risalire sull’erta opposta, lontano. Poi una mattina, quando il respiro
dell’alba andava increspando il mare e io primo chiarore cominciava a
scolpire lieve le cose, radendo ogni pur minimo rilievo, scoprì nette
sul bagnasciuga le impronte pesanti, inconfondibili, divaricate di un
maschio enorme. Il cane, annusandole, drizzò il pelo e mugolò
digrignando. Cominciarono a seguirle: andavano sempre dritte lungo la
costa entrando e uscendo dalla sabbia bagnata dalle piccole onde
rincorrenti. << ha pascolato tutta la notte e adesso è andato a riposare
>> pensò Ivaldo << è davvero un diavolo vecchio e smaliziato >>. Prese
di tasca un pezzo di spago e lego il cane, fissandone un capo alla
cinghia dei pantaloni. Proseguirono assorti in silenzio, fissi alle
orme, con il tombolo sempre largo sulla destra. A un cerro punto le
tracce tagliavano dritte dentro il tombolo in parte coperto da una bassa
vegetazione rinsecchita dal sole di quella lunga estate. Si fecero più
accorti man mano che proseguivano sul terreno fattosi ora più aspro: le
tracce si dirigevano dentro una stretta spaccatura, quasi una crepa
dalle scoscese pareti tufacee. Ivaldo conosceva quel posto per esserci
stato altre volte a caccia di istrici e sapeva che la fenditura non era
molto profonda e terminava in una tagliata netta come la parete di una
diga, per cui l’imboccatura della crepa era l’unica uscita. Legò il cane
ad un ligustro e raccolse un fascio di arbusti secchi che ammucchiò
all’imboccatura, poi appiccò il fuoco. Le fiamme si spinsero all’istante
nella fenditura ingombra di arbusti spinosi che s’infiammarono
crepitando, alimentati dalla brezza mattutina proveniente dal mare.
L’uomo si piazzò a una decina di passi col fucile alla spalla. Ed ecco
apparire all’improvviso in una visione d’inferno, tra il fumo e le
lingue di fuoco, il solengo, enorme, mostruoso, come scaturito dalle
viscere infuocate della terra: a testa bassa, con le zanne spiccanti
bianche sul nero del muso nella bocca bavosa spalancata, in un silenzio
assurdo e irreale. Ivaldo sparò e il cinghiale cadde in ginocchio dritto
in avanti con la testa tra le zampe. Il cane, alla botta cominciò ad
abbaiare furioso. L’uomo si sentì d’improvviso come svuotato e si
accostò guardingo al solengo abbattuto: piano si accosciò per guardare
da vicino quelle zanne spaventose. In quell’istante, nell’ultimo spasimo
della morte, la testa scattò in alto squarciando la gola di Ivaldo.
Verso sera, per i disperati latrati del cane, vennero ritrovati così,
riversi l’uno sull’altro come abbracciati, mentre il rosso del tramonto
incendiava il mare, accarezzando con lingue di fuoco quei Due Re della
Maremma.
Sergio Maria Grossi
-
-
LA DOMA
Un’estate
verso la fine dell’ottocento, in Maremma. Sull’aia della tenuta del
Marchese erano già quaranta giorni che si trebbiava e gli uomini non ne
potevano più.
Lo scirocco
si levò improvviso, di pomeriggio, forte e caldo piegando la macchia.
L’aia diventò un inferno di polvere, di pula pungente e accecante nel
turbinìo della paglia. Gli uomini si misero al riparo come meglio
potevano dietro la tettoia di canne sotto la quale dormiva la notte. Ma
i guardiani arrivarono con le cavalcature poco dopo, guidati dal
fattore. Urlavano e pungolavano gli uomini con mazzarelle spingendoli di
nuovo nell’aia a continuare il lavoro. I recalcitranti venivano colpiti
con la parte sottile dei bastoni come se fosse vaccine.
Come
Arcangelo sentì sulla faccia il bruciore della sferzata, si buttò
addosso alla cavalcatura non vedendo altro che quell’uomo nero diritto
sulle staffe, il cappello bianco e il bastone alzato ancora a colpire.
Mentre lo afferrava per la ciocca e lo tirava giù, il cavallo scartò
aiutandolo a sbalzare il fattore dalla bardella (Sella maremmana). Nella
bolgia di polvere e di pula, tra le urla dei guardiani, le imprecazioni
dei braccianti, il nitrito dei cavalli, si rotolavano avvinghiati senza
riuscire a darsi un solo colpo: pochi attimi e gli furono tutti sopra
con una grandine di colpi. Li separavano schiumanti. Il fattore, più che
gridare, biascicò: “Via, ti caccio via. Vattene. Trovati un altro
lavoro”. Arcangelo rispose con una imprecazione. Lento, si diresse alla
tettoia, staccò la giacchetta e se ne andò per lo stradone. Poco dopo,
le cavalcature lo sorpassarono e dovette buttarsi allo steccato. Si
diresse al paese. Andò dritto alla Caserma. Il brigadiere, vecchio
maremmano, quando se lo vide davanti capì subito che qualcosa era andata
storta. L’aveva visto crescere, lo aveva guidato e corretto come un
padre, dato che Arcangelo il padre non l’aveva.
Anche se
alla notizia si sentì ribollire dentro, comunque lo riprese severo.
Prima di andarsene, il giovane, con tono sommesso, pregò il brigadiere
di salutargli Luigia, la figlia di Rinaldo della Muscetta. “Per piacere,
ditele che tornerò per la festa di S. Attanasio, e che allora le devo
parlare”. - “Che vuoi dire? Ti ci sei fidanzato? E vai via così? - “Beh,
proprio fidanzato no”. Arcangelo era impacciato e non sapeva come
cavarsela sotto lo sguardo serio del brigadiere. “E’, che qualche volta
le ho fatto dei complimenti. Lei rideva contenta. Poi ho visto che
parlava con le sue amiche, mi guardavano ... ridevano ... insomma penso
che forse le piaccio”.
Per alcuni
mesi Arcangelo girò i poderi e le tenute offrendosi per domare i cavalli
bradi. Era un lavoro richiesto, se veniva fatto a dovere. Il ragazzo se
la cavava bene, sapeva venire al tratto energico quel tanto di dolcezza
che ammansiva le bestie senza rovinarle. Passarono alcuni mesi. La festa
di S. Attanasio si avvicinava e Arcangelo non vedeva l’ora di tornare.
In una buona occasione aveva comperato una cavalla ed aveva messo da
parte un discreto gruzzolo. Aveva acquistato, anche, per Luigia un
grande scialle nero ricamato a rose rosse. Sognava ogni istante il
momento di vederla. Avrebbe gradito il dono? Se avesse preso lo scialle
avrebbe significato che lo accettava come fidanzato. Era certo che
sarebbe andato tutto così e si ripeteva la scena cento volte nella
mente.
Arrivò al
paese, la sera prima della festa, sull’Ave Maria, dritto a cavallo, col
cappello bianco nuovo, come quello del fattore. C’era l’animazione della
vigilia, c’erano i festoni di ginestre e felci intrecciate, le
bandierine e i lampioni colorati. La piazza era piena di gente. Il
brigadiere, che lo aspettava, lo vide subito venire alto sul cavallo e
gli andò incontro. Si strinsero forte la mano, senza parlare,
sorridendosi. Quindi il vecchio maremmano lo guidò alla Caserma proprio
lì vicino.
Entrarono
lasciando fuori il mormorio della folla e le grida festose dei bambini.
Salirono quei quattro gradini per andare alla stanzetta del brigadiere.
Lì c’era
Luigia, sola, seduta davanti il tavolino, le mani in grembo. Pallida,
gli occhi belli tristi da morire, come scavata, invecchiata, dimessa.
Sorpreso, Arcangelo ristette sull’uscio senza entrare. Le sorrise senza
saper parlare, il brigadiere prese subito in mano la situazione. “Vedi,
Arcangelo, Luigia è qui e ti può dire che le ho fatto subito la tua
ambasciata. Però è successo un guaio grosso. Poco dopo che tu eri
partito, e lei lavorava laggiù per il marchese, il fattore l’ha pestata
di botte e l’ha fatta sua. C’è riuscito una volta sola, ma è bastato.
L’ha messa incinta. I suoi non sono riusciti a sistemare la cosa col
fattore, che è come dire rompersi le corna con il marchese, e allora non
vogliono la vergogna in casa; volevano farla abortire dalla “mammana”.
Lei non ha voluto e così hanno deciso di cacciarla via. Se non l’hanno
fatto finora è perché mi ci sono messo di mezzo io. Ma ormai non so più
nemmeno io cosa fare. Mi dispiace di averti rovinato il ritorno e la
festa, ma era giusto che tu sapessi tutto, perché Luigia quando le
parlai di te, mi rispose che era contenta e che ti avrebbe aspettato”.
La luce
della lanterna colpiva il viso del giovane come una maschera di pietra e
accarezzava il profilo della ragazza che, a testa china, piangeva in
silenzio. Si udiva solo lo stoppino e il respiro pesante dei due uomini.
Arcangelo si sentiva scoppiare le vene della testa, non riusciva a
capacitarsi; tutto era capitato così in fretta. Ma perché proprio a
quella povera creatura? Ma perché proprio a lei? E i suoi sogni? E
quello che aveva sperato per tanti mesi e gli aveva fatto compagnia
nella solitudine del suo girovagare ? E adesso?
Improvviso,
il pensiero gli andò al fattore. Ah, brutto porco, non era bastato
quello che aveva fatto a lui e, da sempre, a tutti quei poveri diavoli
dei braccianti! Se l’era presa pure con una donna? Si sentiva scoppiare.
Adesso l’avrebbe sistemato lui. Di certo doveva aver fatto qualche
rumore con la bocca o con la gola mentre pensava questo, poiché la
ragazza alzò la testa e il brigadiere, che era voltato di spalle, si
girò. Videro il suo sguardo stravolto e cattivo. Luigia giunse le mani
e, per la prima volta, parlò: “Per carità, per amore di Dio, non ti devi
rovinare per lui. Ha già fatto tanto male a me! Non ti rovinare!”.
Arcangelo, pur frastornato, notò la dolcezza della voce, d’istinto
allungò la sua manona in una lievissima carezza che le sfiorò i capelli.
Uscì rapido. Fuori era già notte.
Le povere
strade deserte apparivano ora strane con la loro aria di festa spenta e
lontana. Uscì lento dal paese dalla parte in cui era entrato, a piedi,
tirandosi dietro la cavalla. Appena fuori la mise al trotto e fece un
giro molto largo per portarsi dietro la fattoria del marchese, per non
farsi vedere anche se era lontana dall’abitato. La sorpassò e, giunto un
chilometro circa più giù, sulla grande aia circondata dagli enormi
pagliai, appiccò il fuoco.
Le fiamme
si alzarono in un baleno rischiarando a giorno il campo. Arcangelo tornò
indietro facendo ancora un rapido giro. Lasciò il cavallo al riparo dei
primi alberi della macchia e si avvicinò piano alla fattoria. Si udivano
grida concitate, richiami: vide gente che correva verso l’aia e il
fattore, col grande cappello bianco, che urlava a tutti di far presto.
Aspettò che rimanesse solo: sapeva bene, per averlo conosciuto, che la
sera era solito bere di più e che nemmeno un terremoto lo avrebbe potuto
far muovere. Quando vide che era rimasto solo, si mosse sicuro allo
scoperto con il coltello aperto in mano, non curandosi di attutire i
passi. Il fattore si girò per gridare ancora un ordine a quello che
credeva un suo uomo, ma la voce gli si fermò a mezzo, vide quello
sguardo sicuro e cattivo e vide il coltello. Cercò di scappare ma il
giovane gli fu sopra; torcendogli un braccio dietro le spalle, gli ficcò
il coltello sopra il naso. Senza una parola lo spinse verso il recinto
della doma. Rapido staccò da uno dei paletti una capezza, con gesto reso
sicuro dalla pratica gliela infilò in testa a cappio, come i cavalli, e
tirò forte. Con uno strattone lo buttò a terra, mise in tasca il
coltello e raccolse la lunga frusta. “Via! Al giro! Al giro!”. Piazzata
vicino allo staccione (Palo biforcato fissato al centro del recinto
della doma), costrinse a frustate il fattore a correre lungo la
staccionata all’interno del recinto dando continui strattoni alla
capezza dolorosamente fissata su quel muso vigliacco. L’uomo sotto le
sferzate correva pesante sulla sabbia alta che rendeva più faticoso
l’andare. Cadeva, si trascinava, era costretto a rialzarsi a frustate,
sgrugnava, bestemmiava, ma doveva correre. Arcangelo urlava: “Sei una
bestia, fattore, sei sempre stato una bestia con tutti, a cominciare da
me. Ti senti uno stallone, vero? Lo hai voluto fare con Luigia, vero? E
allora io ti tratto come una bestia e ti domo come domo gli stalloni.
Così! Al giro! Bello! Al giro!” e giù frustate. La luna rendeva la scena
livida ed irreale. Doveva fare presto: qualcuno poteva tornare. Strinse
allora il fattore allo staccione, facendolo su con la corda della
capezza.
Il viso del
fattore era ora costretto, appiccicato al palo come veniva fatto con i
cavalli: come loro ansimava, sudava, e sbavava.
“Adesso ti
taglio i garretti” sibilò ancora Arcangelo, “Così striscerai per sempre
come quel serpe che sei”. Tirò fuori di nuovo il coltello, gli sgarrò i
calzoni sul dietro: ma un fischio leggero lo fermò.
Si avvicinò
all’ombra che si intravedeva presso l’uscio di una delle casette vicine,
sapendo ora che il brigadiere era lì e lo chiamava. Il vecchio maremmano
parlò adagio e a bassa voce: “Le bestie non si sgarrettano, amico mio.
Caso mai, se sono bestie del marchese, si marchiano”.
Quindi,
calmo, entrò un attimo nella casupola e tornò con i marchi roventi che
aveva già prima messi sul fuoco.
Arcangelo
ghignò prendendoli.
Tornarono
insieme al paese, facendo ancora un lungo giro.
I cavalli
camminavano appaiati, rintestati, come dicono i butteri. Non una parola.
Il brigadiere pensava con soddisfazione che la storia del fattore
marchiato sulle natiche e sull’onore avrebbe presto fatto giro delle
maremme. Arcangelo pensava solo a Luigia: l’episodio del fattore era per
lui ormai lontano e finito.
Giunsero
sulla piazza deserta che l’alba era vicina. La brezza agitava lieve le
criniere dei cavalli e faceva oscillare i festoni di S. Attanasio.
“Naturalmente tu sei stato con me tutta la notte qui in caserma” disse
il brigadiere, “Adesso che farai?” - “Per piacere buttatemi dal letto il
prete, prima che faccia giorno. Voglio che mi sposi subito con Luigia,
e poi ce ne andiamo via, lontano da qui, per sempre. Ho pensato che ha
fatto bene a volersi tenere il bambino, perché è solo carne sua, come la
mia povera madre con me. E poi non voglio che quella creatura cresce
senza padre, da bastardo, come sono stato io!”.
L’uomo lo
guardò dritto negli occhi e, senza parlare, smontò. Richiamata dal
rumore degli zoccoli sul selciato, Luigia apparve sulla porta della
caserma: dopo la pena e l’ansia della nottata, era contenta vedere che
erano tornati insieme.
Arcangelo
scese da cavallo. Tirò fuori dalla tasca della sella l’involto con lo
scialle e, avvicinandosi alla ragazza, lo spiegò.
Quella lo
vedeva venire avanti con lo scialle aperto e non capiva. Sentiva solo
tanta voglia di piangere. Arcangelo le aggiustò lo scialle addosso; la
sentì tremare lieve.
“Copriti,
fa un po’ fresco” - disse piano, poi le prese la mano: “Vieni con me.
Andiamo in chiesa”.
Sergio Maria Grossi
-
-
I TOMBAROLI
Nel buio
della notte, dentro la macchia, là presso il limitare delle stoppie, gli
uomini scavavano la trincea alternandosi a due a due nella fatica,
penetrando sempre più a fondo nel fianco della collinetta coperta dalla
vegetazione.
Non
parlavano, non fumavano: si sentiva solo il rumore dei picconi e delle
pale. Lavoravano alla luce fioca di una lanterna coperta di carta
oleata.
Già da
alcuni giorni avevano localizzato la tomba: uno di loro aveva la facoltà
di sentirla, così come qualcuno ha il potere di avvertire l’acqua o i
metalli sottoterra.
Avevano
provato a sondarla con un lungo “spiedo” per saggiarne la profondità e
l’ampiezza, ma non erano riusciti a niente. Era necessario solo scavare
in linea retta, dritti dentro la collinetta con la speranza di trovare
la trincea antica ricavata nel tufo, quindi seguirla trasversalmente per
raggiungere l’ingresso posto sempre a guardare il tramonto del sole.
La fatica
era grande e lunga: già da tre notti scavavano nascondendo al mattino la
loro opera sotto le frasche. Di giorno prestavano la loro opera come
braccianti, di qua o di là, a seconda delle richieste.
La miseria
era tanta, le famiglie numerose con tanti bambini da sfamare. Ogni volta
che trovavano una tomba speravano fosse quella buona, ma i risultati
erano stati sempre modesti, i guadagni poveri e in gran parte frodati
dal mediatore.
Quella su
cui lavoravano era una tomba diversa, sempre che veramente lì ci fosse
una tomba!
Ma Ernesto,
l’uomo che sentiva, giurava e spergiurava di non sbagliare.
Quelle
precedenti erano meno profonde, alcune addirittura poco interrate:
spesso erano già violate ed i poveri vasi erano trovati rotti, sbattuti
a terra da antiche mani deluse.
Stavolta
era diverso, ed i cinque uomini lavoravano sodo, in silenzio, tergendo
il loro sudore con la speranza.
Arrivarono
alla trincea etrusca scavata nel tufo: dunque Ernesto aveva ragione! La
tomba c’era! Chi sa se era intatta?
Qualche
sorsata di vino ed il lavoro riprese più accanito, più deciso.
Arrivarono alla grossa pietra d’apertura posta ad incastro. Misero i
picconi a leva cercando di smuoverla a strattoni: non veniva. Provarono
ad allargare la fenditura alla base: lavoravano male per la ristrettezza
della trincea. Fu necessario scavare ancora per allargarla. Ci si misero
in quattro con i picconi a leva: pian piano la pietra si mosse, si
svincolò dal cemento dei secoli, scivolando pian piano verso l’esterno.
Le stelle
nel cielo cominciavano ad impallidire: si sentiva nella macchia il
fremito del nuovo giorno e la vita che si svegliava. Quegli uomini,
rotti dalla fatica, dai disagi, erano invasi ora da un senso mistico di
timore e di gioia: stavano per entrare in un mondo antico, inviolato,
arcano e ne avvertivano il fascino e la riverenza.
Andrea, il
capo, entrò per primo dopo aver lasciato per qualche minuto che l’aria
fresca della notte penetrasse all’interno della tomba chiusa da secoli.
Sgusciò
dentro, seguito immediatamente dagli altri e tenne alta la lanterna cui
aveva tolto la carta oleata.
Rimasero
sorpresi nel vedere che non era una tomba vera e propria, non aveva i
basamenti scavati nel tufo su cui venivano deposti i defunti; l’ambiente
era piuttosto grande, di forma circolare, con un’ara nella parte
posteriore. Capirono subito di aver trovato uno di quei templi
sotterranei di cui avevano sentito a volte parlare. Trovarono i vasi e
le terrecotte votive: soprattutto furono colpiti dalla bellezza di un
grosso vaso posto sulla parte destra dell’ara: era una grande anfora,
dipinta a fasce con scene di guerra, con carri e cavalli. Nella parte
inferiore portava rappresentati animali marini, nell’ultima fascia -
quella superiore - animali mitologici. Era meravigliosa! E gli uomini
esultavano per la scoperta. Doveva valere moltissimo. Finalmente
avrebbero guadagnato un bel gruzzolo tenendo conto anche di tutti gli
altri vasi trovati. Stavolta la fatica era stata ripagata.
Si davano
gran manate sulle spalle, ridevano contenti, allentando la tensione,
fino a quel momento trattenuta, con battute scherzose intercalate da
sonore bestemmie. Bisogna far presto!
Staccarono
con molta precauzione i vasi dalla terra che dopo tanti secoli li
cementava: li deposero piano in grandi panieri; quindi, usciti
all’aperto, interrarono la trincea e ricoprirono ancora con frasche.
All’orizzonte, dietro i monti, le prime luci annunciavano il giorno.
Depositarono tutto nella stalla di Ernesto, una grotta fuori
dell’abitato. Nascosto da una botte c’era un corto passaggio che portava
ad un grottino: lasciarono tutto lì, anche gli arnesi di scavo.
La sera
stessa, dopo cena festeggiarono a casa di Andrea con una buona bevuta:
non parlavano altro che del vaso grande, anche se tutti gli altri erano
dipinti pregevolmente.
Lo
avrebbero pagato bene a Grosseto, a Pisa o addirittura a Roma.
Preoccupazione la dava invece l’intermediario. L’unica persona che in
quel piccolo paese finora li aveva aiutati a smerciare i reperti
etruschi era una lercia figura di benestante che arricchiva dando a
strozzo i soldi a quei poveri contadini. Presi dal bisogno, costretti
dalla fame o dalla malattia a chiedere un prestito, nell’impossibilità
di far fronte alla restituzione a tassi enormi, si vedevano togliere
quei pochi pezzi di terra che possedevano. Aveva buone conoscenze in
città, era amico di Signori che invitava a casa sua per grandi cene:
scapolo di una certa età, non disdegnava di fare la corte alle mogli dei
giovani amici cittadini.
Finora i
tombaroli si erano rivolti a lui per lo smercio dei “cocci”, anche se
ciò era costato loro la perdita di almeno la metà del ricavato! Ma non
esisteva, purtroppo, una diversa soluzione. Tra l’altro, quasi tutti del
gruppo avevano debiti con lui per cui spesso addirittura l’intero
ricavato finiva nelle sue tasche!
Stavolta
che avevano davvero trovato un “tesoro” come dicevano loro, non volevano
affidarsi a quel ladro: magari avrebbero aspettato, avrebbero cercato,
attraverso conoscenze di entrare a contatto con qualcuno di città. Ma
dovevano essere molto prudenti. I Carabinieri li conoscevano e
vigilavano con molta attenzione!
Passarono
alcuni giorni. La loro vita di lavoro trascorreva come di solito, ma a
quell’impiccione del sacrestano, avvezzo a non farsi gli affari propri,
non sfuggivano certi sorrisi soddisfatti, certi atteggiamenti un po’ più
sicuri giù all’osteria.
Capitò che
proprio a uno del gruppo in quei giorni doveva partorire la moglie e gli
occorrevano un po’ di soldi per l’ostetrica, il corredino ...: fu
costretto a rivolgersi all’usuraio. Questi non voleva concedere il
prestito a causa di un vecchio debito non ancora saldato e allora
all’uomo sfuggì che presto, sicuramente, in modo assoluto, avrebbe messo
tutto alla pari. Non ci volle altro a quel vecchio sciacallo per
metterlo in curiosità, ma l’uomo capì di essersi tradito e biascicò un
motivo di eredità.
La sera
stessa, sul tardi, lo strozzino andò a casa di Andrea e vi trovò anche
Ernesto. Attaccò subito deciso chiedendo di vedere il bottino. A nulla
valsero i dinieghi e gli spergiuri. Alla fine Andrea pensò che tanto
valeva anche per quella volta affidarsi a quel ladro, che, almeno, fino
allora non li aveva traditi. Lo condussero alla stalla. Ma il sagrestano
aveva già notato la visita a casa del tombarolo e, non visto, era
rimasto ad aspettare. Lì seguì, prudente, alla stalla di Ernesto.
La vista
del tesoro impressionò l’usuraio. Fu colpito soprattutto dal grande
vaso. Promise che avrebbe fatto vendere tutto a prezzi buoni, che lui
non si sarebbe tenuto niente del ricavato, purché gli avessero dato il
vaso. Ma Andrea su questo punto fu deciso: assolutamente no, doveva
essere venduto tutto ed il sensale avrebbe avuto la parte. Lo strozzino
giurò che addirittura avrebbe annullato anche i debiti di tutti gli
appartenenti al gruppo, ma non ci fu niente da fare e andò via
furibondo.
Si deve pur
capire l’accanimento di Andrea nel difendere l’integrità del “tesoro”,
in quanto molto difficilmente una tale fortuna si sarebbe potuta
ripetere, tanto più che la tomba scavata non si trovava nel loro
territorio, ma in una zona in cui operava la banda dei tombaroli del
paese vicino. Molti anni prima, per evitare contrasti, i gruppi di
tombaroli di vari centri si erano divise le zone di attività, ma gli
sconfinamenti erano frequenti anche per il fatto che alcune zone erano
più ricche di tombe delle altre.
Ormai era
trascorsa una settimana e la faccenda cominciava a scottare: poteva
esserci qualche confidenza, la storia poteva trapelare. Questi timori,
infatti, non erano infondati in quanto i tombaroli della zona violata
avevano trovato, nelle loro continue ricerche, lo scavo recente e
avevano fatto in modo di mettersi in contatto con la persona che
notoriamente era a conoscenza di tutto quello che avveniva nel
villaggio: proprio con il sagrestano.
Il capo di
quei tombaroli era un giovane, alto e robusto come una quercia, detto
appunto “Quercietto”: messo a conoscenza del movimento notato presso la
stalla di Ernesto, decise con i suoi compagni di entrarvi quella notte
stessa.
Trovarono
il tesoro e si portarono via tutto.
Intanto,
però, lo strozzino, deciso a vendicarsi, aveva avvertito i Carabinieri
con un biglietto anonimo; ma arrivarono troppo tardi, non trovarono
nulla e non poterono incriminare né Ernesto né Andrea.
I tombaroli
erano per i campi, al lavoro, e seppero della notizia della
perquisizione dei Carabinieri soltanto alla sera, con la novità,
altresì, che del “tesoro” non c’era più traccia.
Non ci
volle molto a capire che con i Carabinieri li aveva traditi l’usuraio e
che il bottino se l’era portato via il gruppo del Quercietto.
Erano
avvelenati dalla rabbia: vollero vendicarsi dello strozzino; gli
mandarono nuovamente il marito della partoriente perché chiedesse ancora
una volta il prestito e dicesse che avevano trovato una nuova tomba,
che, da come si presentava, doveva essere ricca come l’altra. Lo
invitava quindi, a partecipare all’apertura così avrebbe potuto
pretendere una giusta parte del bottino.
L’avidità,
oltre al candore di quel povero bracciante, fecero dimenticare all’avaro
la dovuta prudenza.
Per la
trappola avevano scelto la tomba ricca che avevano da poco scavato: la
trincea era stata vuotata alla meno peggio, avevano posto come una
specie di baldacchino con palanche proprio sull’imboccatura.
Lo
strozzino vi fu accompagnato a notte fonda, per vie traverse dallo
stesso bracciante: alla luce fioca della lanterna vide gli uomini che si
affaticavano intorno alla pietra dell’apertura, sentì le sommesse
esclamazioni di trionfo. Spinse allora per entrare anche lui: la
lanterna si spense - ricevette uno spintone che lo mandò lungo disteso:
rimase all’improvviso solo, sentì il rumore della frana che chiudeva la
tomba.
Urlò come
un pazzo, sentendosi sepolto vivo. Pianse, bestemmiò, pregò, urlò di
terrore e di disperazione, grattando la terra con le unghie.
Nessun
suono: solo il rantolo della sua angoscia; il sudore lo accecava,
sentiva mancarsi il respiro. Urlò di nuovo tutta la sua disperazione.
Accasciato
a terra, il viso tra i sassi sentì ad un tratto un raspare, uno
spicconare, gridò aiuto. Gli rispose una voce di incoraggiamento.
Riprese a grattare la terra, rideva convulso. Non ricordò mai quanto
durò l’attesa, alla fine sentì che lo spalare era vicino, gridò chi
fosse. Era il bracciante.
Continuò a
scavare con le mani spellate e le unghie spezzate.
Uscì dallo
stretto buco a stento, tirato fuori per le mani dal tombarolo. Lo
abbracciò piangendo: lo avrebbe ricompensato, gli avrebbe dato i soldi,
gli cancellava i debiti, tutto.
L’uomo
appariva spaventato: quasi non lo ascoltava; si preoccupava di coprire
bene il buco, di tappare lo scavo che aveva fatto per liberarlo. Disse
che era tornato perché non voleva sentirsi un assassino come gli altri,
ma che, per carità, non dicesse mai a nessuno che era stato lui a
salvarlo. Lo strozzino giurò e rigiurò sulla tomba di sua madre.
Arrivarono a casa: lo fece salire, gli dette i soldi, gli strappò le
carte di debito.
Quando il
bracciante scese, dietro il veicolo si trovò di fronte Andrea e gli
altri. “Com’è andata?” “Tutto bene! Ha preso una paura che non se ne
dimenticherà più. Adesso ha più paura di voi che del diavolo”. “Bravo.
Hai recitato benissimo”.
Si trattava
di sistemare la faccenda con il “Quercietto” e con i suoi. E bisognava
far presto se no il “tesoro” poteva sparire!
Era una
cosa da fare a viso aperto perché l’affronto subito era troppo grande!
Rientrato
presto dai campi, nel primo pomeriggio, Ernesto beccò il sacrestano
nell’orto della canonica: qualcuno in paese l’aveva visto parlare con il
Quercietto e aveva riferito.
Se lo
trascinarono dietro fino al paese vicino.
Qui lo
mandarono ad avvertire il tombarolo che si presentasse con i suoi, per
un chiarimento, vicino ai remissini alle spalle della Chiesa.
Era l’ora
dell’Ave Maria. L’aria tiepida profumava di fieno. Le rondini basse, si
rincorrevano in pazzi girotondi.
Il
Quercietto si presentò con i compagni.
I due
gruppi di uomini si fronteggiavano con la rabbia ed il coraggio della
loro miseria.
Andrea
gridò la vergogna del furto, l’altro rinfacciò la violazione.
Nominarono
solo il vaso grande, quasi il resto del “tesoro” non esistesse. Andrea
chiese la restituzione di tutto. Il Quercietto, al massimo, poteva
restituire la metà dei vasi, ma quello grande, no!
Ormai
urlavano solo insulti e minacce: gli uomini assistevano in silenzio.
Il
sagrestano, intanto, era corso a chiamare il prete e, alla svelta, gli
spiegò tutto: disse che stavano per ammazzarsi, presso le stalle dietro
la Chiesa e che la colpa era del vaso grosso.
Il prete
era maremmano e sapeva agire alla svelta: mandò di corsa il sagrestano
dalla moglie del Quercietto a prendere quel maledetto vaso, lui intanto
correva alle stalle.
Arrivò che
i due capi si fronteggiavano con i coltelli alla mano.
Gridò la
sua riprovazione, lì ammonì con il pensiero della famiglia, si mise nel
mezzo.
Gli
urlarono di levarsi, ciechi e sordi ad ogni appello: ormai il sangue era
montato loro alla testa; ma il prete sapeva ancora come fermarli. Cercò
di guadagnare qualche istante sbracciando tra loro finché, finalmente
non arrivò il sacrestano con il vaso grosso.
Questo
fatto li sorprese; ristettero un attimo.
Allora il
prete prese il vaso, lo alzò verso i contendenti: “Per questo coccio
volete ammazzarvi e far crescere i vostri figli senza padre! Meglio
poveri con il padre che ricchi e orfani! Siete due pazzi, ciechi e
pazzi! Allora vi faccio vedere io come si fa a finirla!” Sbatté per
terra con violenza quell’opera mirabile mondandola a pezzi e calpestò
con rabbia i frammenti disseminandoli a calci qua e là.
Andrea, il
Quercietto, i tombaroli erano rimasti allibiti, tanto rapido e
imprevedibile era stato il gesto del prete. I coltelli si abbassarono
ormai inutili.
La notte
calava il suo sipario su quella povera gente che nella miseria e negli
stenti soffriva giorno dopo giorno il proprio eroismo.
Sergio Maria Grossi
-
-
IL MAGO E LA STREGA
Al limitare della macchia dell'Amone, su una corta cresta tufacea si
allungava il paese in un'unica doppia fila di case mentre intorno si
sciorinavano, aggruppati come pecore, le stallette e le chiuse delle
bestie.
La vita che vi si svolgeva era quella usuale di quelle comunità rurali
del fine '800: lavoro massacrante, miseria, ignoranza, gelosie, invidie,
maldicenze.
In quell'ambiente di grettezza e superstizione vivevano, come in una
favola, due strani personaggi, diversissimi tra loro, Teresio il mago e
Adalgisa la strega. Almeno così li nominavano, sottovoce, i paesani.
A dire dei più, Teresio era buono e Adalgisa cattiva, o meglio, a
Teresio ci si rivolgeva per ottenere qualcosa a fine buono mentre ad
Adalgisa si chiedevano, nel più assoluto segreto e sempre di nascosto,
cose cattive.
Che cosa erano le cose buone e le cose cattive?
Le cose buone potevano essere la liberazione da un malocchio, o la
richiesta di una protezione, l'accomodatura di una smossa muscolare,
qualche unguento lenitivo, una formula propiziatoria, degli "abitini" da
portare addosso contro le calunnie e le invidie e così via. Le
distingueva il fatto che i rituali dovevano essere accompagnati da
invocazioni sacre, contornate da segni di croce, da baci alle Corone
del Rosario...
Invece, le cose cattive che venivano richieste all'Adalgisa erano
soprattutto fatture d'amore, maledizioni, come poter far del male a
qualcuno per vendetta o per gelosia o per invidia: pratiche queste che
comportano rituali strani, crudeli e paurosi. Ovviamente, questi due
personaggi erano temuti e rispettati e con queste loro attività avevano
raggiunto l'agiatezza alle spalle della credulità dei paesani.
Ma, a dire proprio la verità, non tutto quello che facevano era
imbroglio o sfruttamento della superstizione o dell'ignoranza di quella
povera gente!
C'erano cose e succedevano cose che non erano spiegabili e che
lasciavano perplesso anche il curato, il quale non aveva altro rimedio
se non la fede e il pentolino dell'acqua santa.
In effetti, Teresio aveva il suo bel daffare a tamponare i guai che
attribuivano ad Adalgisa, recitare orazioni, a biascicare, storpiandole,
antiche formule magiche, a distruggere, con lunghi rituali notturni,
vari oggetti creduti portatori di malaugurio.
Ovviamente questi due personaggi si odiavano a vicenda, ma con un certo
timore l'uno dell'altro; infatti ognuno costituiva ostacolo alla
carriera dell´altro.
Parecchie volte l'Adalgisa gli aveva mandato i suoi anatemi, ma Teresio
era sempre riuscito a parare i colpi quasi avesse una specie di
protezione e di copertura.
Dalle chiacchiere delle comari al fresco sugli scalini dei profferli o
nei discorsi degli uomini all'osteria, uscivano fuori storie
fantastiche come quella di Nando il carrettiere che giurava e
spergiurava di quella notte di pioggia che sulla strada del Fondaccio
gli si era azzoppata la cavalla con un carico di legna sul carretto e
che si era viste vicino l'Adalgisa che gli diceva di non disperarsi e
che si era inginocchiata nel fango vicino alla cavalla e si era messa a
massaggiare la parte spezzata sopra lo zoccolo e l'aveva intesa
bofonchiare orrende e sacrileghe invocazioni e che poi si era rialzata e
che la cavalla non aveva più il piede spezzato.
O come quando Peppe "Ranocchietta" si era rivolto a Teresio perché gli
salvasse il somaro che gli stava male e Teresio aveva "segnato" il
somaro con tanti segni di croce sulla pancia e sulla gola e dopo
avergli messo intorno al collo una fettuccia azzurra l'asino aveva
rigettato filo di ferro aggrovigliato.
E le tante chiacchiere su queste lotte clandestine, infiorate e
ingigantite a dismisura nei vari passaggi da bocca in bocca, mandavano
in bestia il buon curato che poi, in confessionale, doveva sentirsele
ripetere cento volte da quelle donnette quasi che queste, invece di
confessare i propri peccati, sentissero il dovere di confessare quelli
dell'Adalgisa.
Non che meritasse qualcosa di buono!
Anzi, era veramente una donna maligna, avida, senza scrupoli, pronta ad
imbrogliare, frodare, fare del male a chiunque pur di fare soldi. E il
suo aspetto non era da meno: metteva impressione per quel suo viso di
vecchia megera, scarna, spettinata, lercia, dagli occhi sporgenti,
gelidi, crudeli.
Se le chiedevano di fare del male a qualcuno, usava ogni mezzo che
l´antica tramandata esperienza poteva consentire. Abitava in una
casetta quasi in mezzo al paese; ma l'ingresso era di dietro, dalla
parte dei rimessini, con un piccolo orto incolto.
Le persone che volevano ricorrere a lei, anche dei paesi vicini, lo
facevano la sera, al buio, per non farsi notare e di notte, tutte le
notti, la finestrella dell'orto rimaneva illuminata.
Si dicevano tante altre cose su di lei: che una notte l'avevano vista
che con altre streghe ballava sotto il noce secco di Pian del Convento
girando intorno al fuoco; che una volta le bussarono a casa e, poiché
non rispondeva, fecero capolino e nell'unica stanza non c´era anima
viva, e dopo qualche minuto, sentendo dentro dei rumori, avevano di
nuovo fatto capolino e l'Adalgisa era lì; viva e verde, quando due
minuti prima non c´era e lì non c'erano altre porte o finestre oltre
quella dell'orto, né armadi chiusi dove poteva essersi ficcata.
E tutto questo aveva creato intorno al personaggio, un alone sinistro
di potenza malefica e di mistero.
Non si deve dimenticare l'ambiente di miseria, di suggestione e di
superstizione in cui queste vicende di svolgevano alla fine del secolo
scorso.
Ora, un giorno, nel tardo autunno, Benvenuto il vaccaro tornò la sera a
casa con la gamba sinistra gonfia e dolorante. Già erano un paio di
giorni che la gamba gli doleva, ma non voleva badarci, pensava a uno
spino che andando a cavallo gli si fosse infilato nel punto dolente e
arrossato, mentre invece si trattava di una puntura di insetto (forse
una zecca) infetto dal sangue di qualche bestia malata.
La notte la febbre salì alta e Benvenuto si lamentò continuamente per il
dolore.
Da quelle parti il dottore non c´era: bisognava cercarlo a Pitigliano e,
tra andata e ritorno col calesse, ci voleva più di mezza giornata e il
vaccaro, per il gran dolore, non poteva essere trasportato su quelle
strade tutte rigagnoli e buche.
Allora, continuando a stare molto male, la Giulia andò a chiamare
Teresio per vedere se riusciva a fare qualcosa.
Teresio venne e dall'alto della sua ignoranza, vedendo la gravità della
situazione, sentenziò che non poteva far niente perché si trattava di
un malocchio ormai troppo avanzato per ogni rimedio ed era meglio che
chiamassero il prete per "l'olio santo".
Giulia cominciò a piangere e a disperarsi, mentre Nicolino, il nipote di
dodici anni che viveva con loro dato che non avevano avuto figli,
rimaneva accanto al letto dello zio, tenendogli la mano che scottava
guardando, sgomento, quel viso barbuto, tanto amato, che la sofferenza
aveva inciso e trasformato.
Si era fatta sera e altre donne erano venute a far compagnia alla
Giulia. Si erano messe a recitare il Rosario. Una, d'improvviso,
interrompendo le litanie, disse: "Portiamolo dall'Adalgisa; se è una
fattura lei gliela può levare; come le manda così le può levare. Su
sbrighiamoci. Facciamo così, forza! E' l'ultima speranza. Forse facciamo
in tempo!". Erano tutte donne grosse, robuste, avvezze al lavoro duro
dei campi, forti come i loro uomini.
Presero su Benvenuto, ormai incosciente, lo posero sulla sedia più
grossa, lo coprirono con una coperta e lo portarono fuori. La moglie gli
stava vicino e lo teneva per non farlo cadere.
Era già buio e, passando da dietro la fila delle case, si diressero
svelte verso la finestra accesa della strega.
Nicolino le seguiva.
Bussarono e la porta si socchiuse. Senza aprire bocca Adalgisa fece
cenno di entrare.
Il ragazzo rimase fuori a sbirciare dalla fessura della porta.
La strega, alla luce smorta della lucerna a olio, gli appariva orrenda
nella sua bruttezza e gli faceva veramente paura. Ma voleva lo stesso
vedere quello che avrebbe fatto allo zio per poterlo salvare. Gli guardò
la gamba sformata dal gonfiore e nerastra, le vide incidere con un
coltello la parte malata e raccogliere il sangue in una bacinella,
Benvenuto pareva morto, con gli occhi sempre chiusi, il respiro
ansimante e rantolante. Adalgisa mise un po´ d'acqua in un bicchiere e
ci aggiunse certa roba presa da alcuni vasetti sulla mensola del
camino.
Intanto bofonchiava una cantilena incomprensibile in cui di tanto in
tanto si distinguevano strane invocazioni.
Nicolino la vide avvicinarsi allo zio, e con le dita ossute aprirgli la
bocca e versargli un po´ di quell'intruglio.
Riportato a casa, durante la notte morì. Il prete non fece in tempo
nemmeno a dargli l'estrema unzione.
In paese si sparse la voce che era stata una fattura maligna e che se
l'Adalgisa avesse voluto, avrebbe potuto salvarlo.
Nicolino addolorato come per la morte di un vero padre, si era convinto
che quella malaugurata disgrazia era dovuta all'opera di fattucchiera e
cominciò a pensare a come fargliela pagare.
In un momento in cui la zia era fuori di casa, prese la scatoletta di
ferro nella quale era riposto l'orologio d'oro con la catena di
Benvenuto, la fede, gli orecchini da sposa della zia e la collanina
d'oro, insieme ai risparmi.
E la mattina dopo, avviate le pecore, tornò svelto indietro tra gli orti
e sotterrò la scatoletta sotto il fico dell'Adalgisa, mettendoci anche
sopra qualche sasso. Fece tutto in pochi istanti, nascosto dalla siepe
di bosco. Poi, non visto, sguasciò via raggiungendo le pecore.
A casa si accorsero presto della scomparsa della scatoletta e, non
sapendo raccapezzarsi di cosa fosse successo, anche questa volta si
convinsero che doveva trattarsi di qualche diavoleria. E la voce si
sparse per il paese, silenziosa ma fulminea.
Ed arrivò ai Carabinieri della vicina Stazione: questi di certo non
erano tanto superstiziosi da credere a certe chiacchiere, alle quali si
era da poco aggiunta quella secondo cui l'Adalgisa sarebbe stata vista
china nell'orto sotto il fico.
I Carabinieri andarono, trovarono la scatoletta e arrestarono la strega.
Saltò fuori il fatto che il vaccaro era stato portato da lei, che ella
gli aveva fatto bere un intruglio e che la notte stessa era morto.
A quei tempi, la giustizia andava piuttosto per le spicce e la Adalgisa
rimase in carcere per omicidio colposo e furto. E fu una condanna
pesante.
Il paese si sentiva liberato da un incubo. E´ difficile spiegare il
sentimento comune di quella povera gente che ora non sentiva più quella
minaccia malefica. Anche la popolarità di Teresio né risentì
negativamente dato che, cessato il pericolo, ormai si poteva fare a meno
dei suoi interventi e delle sue formule magiche.
Ma più di tutti fu contento il curato che, d'un colpo, si trovò liberato
di due clienti davvero indesiderabili.
Sergio Maria Grossi
-
-
L'odore della Maremma
D'estate i miei mi portavano in maremma a passare le vacanze dai loro
parenti che, nella gerarchia di quelle grosse aziende agricole,
occupavano un posto di rilievo.
Ed io godevo, in quei periodi, della più ampia libertà, ubriacandomi di
sole, di mare, di bosco.
Il capo dei butteri, Silverio, mi portava sempre con sé a cavallo,
posto davanti a lui sull'arcione nella larga sella maremmana, comoda
come una poltrona.
Alto, asciutto, bruciato dal sole, con un largo cappello annodato col
sottogola, Silverio era il vero buttero, nato e cresciuto tra le bestie
di cui conosceva ogni abitudine ed umore.
Appoggiato con le spalle al suo petto godevo le evoluzioni del cavallo
che, guidato unicamente dalla pressione delle ginocchia, stanava le
bestie dalla macchia, rincorreva quelle sbrancate, isolava le vitelle
da marchiare o divideva, buttandosi in mezzo, i cavalli bradi in lotta
tra loro.
Era il ritorno ad una vita primordiale, fatta di sensazioni prima mai
provate, violente o dolcissime, con uomini gentili nella loro rudezza,
di poche parole, ma di una ospitalità sacrale.
Sono impresse nel mio ricordo le macchie di marruche, le lame d'acqua
stagnante, il giallo intenso dei campi di stoppie, l'azzurro acceso del
cielo, l'immensità di quella terra accecata dal sole in cui tutto è
portato al parossismo: i colori, i sentimenti, gli odori. Soprattutto
gli odori della maremma mi pare di sentire ancora: non il profumo del
bosco o quello della terra smossa o quello dell'erba bagnata.
Quella terra puzzava di marcio, di morte, a folate si sentiva il lezzo
dell'acqua stagnante, putrida: era l'odore di una terra malata dove
regnava sovrana la malaria.
Ma nonostante tutto io sentivo di amare quella terra, mi piaceva quell' odore
di fiori marci, quell'odore che rimaneva appiccicato addosso agli uomini
insieme a quello del sudore dei cavalli e del cuoio dei finimenti.
Ho conosciuto laggiù tanti uomini, butteri, vaccari, braccianti,
carbonari ed ognuno costituiva un mondo a sé, fatto di esperienze
antiche e di pensieri profondi forse affinati dalla solitudine e dalla
sofferenza.
Le storie che scaturivano intorno al fuoco evocavano figure di
briganti, come affascinanti eroi di maremma, paladini della povera
gente contro la tracontante ricchezza dei latifondisti.
Silverio mi portava con sé molte volte spingendo al galoppo il cavallo,
per farmi piacere, e gli schizzi del fango e dell'acqua volavano a
ventaglio sotto le zampe dell'animale nell'inebriante carezza calda del
vento. Altre volte ci spingevamo nell'intrigo della macchia con le gambe
coperte dai cosciali così come il petto del cavallo per riparare dai
graffi dei cespugli spinosi: lì il silenzio era assordante, solo turbato
dal ronzare degli insetti roteanteci intorno: ma lo spettacolo era
sempre affascinante in una continua scoperta di visioni fugaci: lo
scattare di una lepre, il fragore improvviso della levata di un fagiano,
il partire ovattato dei colombacci.
Senza parlare Silverio mi indicava le rimesse dei cinghiali, i tronchi
dalla corteccia consunta che indicava lo sfregamento dei cinghiali, le
radure squassate dove i tori avevano a lungo lottato.
Un mattino mi fece levare presto: era ancora notte e l'aria era umida e
fredda. Davanti a lui sul cavallo, egli m'avvolse nella sua mantella e
prendemmo per il monte.
Camminammo un bel po´ prima di addentrarci nel bosco. Il cavallo
camminava al passo quasi sapendo dove Silverio voleva condurmi: man
mano che la macchia si faceva più fitta, il sentiero si stringeva
costringendoci continuamente a schivare i rami bassi e i rovi pendenti.
Riscendemmo verso una valletta nascosta. Era ancora buio ma vedevo in
basso, lontano, come il rispecchiare di un lucore.
Una nebbiolina leggera saliva nel basso dalla terra putrescente e si
stracciava lieve tra i rami.
Quello che sembrava da lontano una lama di luce apparve in realtà come
uno stagno di acqua verdastra, limitata qua e là da cespugli acquatici.
Si sentiva nell'aria quell'odore acre, fastidioso di acqua e di terra
putrida.
Silverio si avvicinò mettendo il cavallo sotto vento e mi disse
sottovoce di stare zitto e di non fare rumore.
Pian piano nella prima luce avanzante le cose cominciavano a prendere
contorno, ad assumere forma.
Ad un tratto sentii sulla mia spalla la pressione della mano di Silverio
e poi indicarmi un punto della macchia al limitare dello stagno.
Gli arbusti si stavano muovendo ed ecco apparire, neri, i primi
cinghiali, sospettosi poi sicuri, sgrufare nella melma, avvoltolarsi,
rissare.
Ad un rumore improvviso si allontanarono in un lampo con la coda dritta
in alto, sparendo nel folto.
Stavano arrivando i tori all'abbeverata: parevano enormi, neri anche
essi, con le corna lunghe e diritte, cattivi. Non si fermarono molto;
come rabbiosi erano arrivati così, presto, rabbiosi se ne andarono.
Restavo lì affascinato nella luce ormai piena del mattino, incantato da
quelle visioni e riconoscente a Silverio per avermele mostrate.
Questi di nuovo mi strinse la spalla e mi indicò la parte apposta dello
stagno: prima uno poi due, timidi, sommessi, i caprioli si avvicinarono
titubanti all'acqua.
Il ritorno si svolse in silenzio ancora sotto il fascino di quell'incanto.
Un altro giorno, mentre eravamo nella macchia a riunire le bestie brade,
sentimmo un colpo di fucile, lontano, in alto sul monte, e il rumore
rintonò ingigantito dal vallone.
"E' il vecchio Dindone" disse Silverio. "Andiamo su". Lo trovammo sullo
spiazzo di una vecchia carbonara che stava sventrando un porcastro di
cinghiale per pulirlo delle interiori.
Era la più strana figura di uomo che avessi mai visto: Enorme,
biancastri i capelli lunghi e la barba incolta, cosciali di capra
spelacchiati, una camicia sbrindellata che mostrava due braccia che
parevano tronchi d'albero.
Un fucilaccio era appoggiato da una parte.
Non si mostrò sorpreso, solo alzò gli occhi.
Era una cosa strana: il viso rimaneva assolutamente serio mentre gli
occhi accennavano al sorriso, come un ammiccare impercettibile; ma era
un sorriso.
Gli uomini scambiarono poche parole e Dindone ci volle alla sua
capanna. Si caricò il cinghiale sulle spalle e scivolò leggero dentro
la macchia.
Camminammo parecchio è intanto Silverio mi raccontò che Dindone era
sempre stato così, libero e selvatico. Lui stava bene solo nella
macchia, non scendeva mai nella piana o al mare. Ogni tanto saliva a
Sovana per scambiare la selvaggina con sale, farina, fiammiferi,
tabacco, cartucce: portava cinghiali o caprioli e, d'inverno, mazzi di
tordi e merli che prendeva con i lacci di crine del cavallo.
Non aveva mai dato fastidio a nessuno e non beveva; tutti lo avevano
sempre rispettato, quasi fosse l'immagine vivente della Maremma.
La capanna era nell'intrico della macchia, a riparo di un costone, fatta
di rami di scope e ginestre intrecciate alla maniera sapiente dei
boscaioli molisani.
Riattizzò il fuoco e mise a bollire delle erbe per la zuppa
aggiungendoci alcuni pezzi di carne di cinghiale: mangiammo in silenzio
quel pasto reso ancor più appetitoso da qualche pezzo di peperoncino
rosso.
Parlarono delle stagioni, del tempo, della caccia: mi pareva come di
rivivere in un mondo ancestrale, antico, in cui tutto era diverso, il
parlare, il cibo, i valori. Si sentiva anche un odore diverso, non
quello marcio della piana, delle larghe, ma un sentore vivo, netto,
fatto di fumo di legna secca; di carne abbrustolita, di sigaro toscano,
come un odore sano, pulito che sapeva di vita non di marciume e di cose
morte.
E questo e l'altro odore mi sono rimasti, nel ricordo, appiccicati
addosso insieme alle sventagliate di fango sotto gli zoccoli dei
cavalli al galoppo, alle cornate dei tori, al guardare dei cinghiali
nei fossi, ai graffi delle marruche, ai tramonti rossi, infiniti, sul
mare, al petto largo e riposante di Silverio sulla comoda bardella
maremmana.
Sergio Maria Grossi
-
- |